Blog della Teca

Riflessioni sulla spiritualità, lo gnosticismo e il nostro modo di vedere la vita



Esperienze interiori: La Comprensione e l’Insegnamento

Lunedì, 01 Agosto 2016 20:48 Scritto da 
Per poter insegnare davvero a qualcuno, impara prima di tutto ad essere un buono studente. Impara tu per primo, profondamente, quello che vuoi trasmettere.
Quante volte, nella mia vita, ho riconosciuto la verità di questa frase: tutte le volte che, a scuola, era evidente la grande differenza tra quei professori che ci insegnavano qualcosa che avevano dentro di loro, e quelli che invece sembrava recitassero una parte a memoria. La differenza, me ne sono resa poi conto, era nella presenza o nell’assenza di amore per quanto stavano trasmettendo, non certo nella bella forma dei loro discorsi. La differenza era nella profonda comprensione della materia.
Quante volte io stessa mi sono scoperta incapace di insegnare a qualcun altro qualcosa che pensavo di aver capito, solo perché avevo letto molti libri o avevo a lungo elaborato mentalmente. Quante volte invece mi sono bastate poche frasi per vedere una luce accendersi nello sguardo di chi mi stava di fronte.
Rivivendo queste diverse esperienze ho sentito che la differenza era tra un'elaborazione semplicemente intellettuale e un’altra invece, molto più profonda, scesa anche a livello emozionale, e che a volte si era quasi fatta fisica, tanto la sentivo forte in me.

Il centro intellettuale e quello emozionale, come li chiama Gurdjieff, devono quindi imparare a lavorare insieme in modo armonico. Solo così, solo da un reale gioco di squadra può scaturire la vera elaborazione di qualcosa che poi si può spiegare ad altri. La mente, questo nostro straordinario strumento, può fare un lavoro eccellente nel categorizzare, collegare, elaborare, ampliare i concetti ma ha bisogno del cuore per farli anche scendere in profondità, per renderli semplici e diretti.
Mi ricordo improvvisamente di un sogno che ho fatto la notte scorsa: sono al mare, di sera, con un’amica. L’edificio dove alloggiamo è una costruzione tutta in legno, con molte scale e stanze, vicino alla spiaggia. Siamo fuori, ma decidiamo di rientrare e per farlo dobbiamo percorrere lunghe passerelle e salire numerosi gradini. Il mare, intanto, sta salendo. La mia amica si accorge di aver dimenticato il telefono in spiaggia. Torniamo indietro, ma il mare è salito ancora di più. Proviamo a recuperarlo ma le onde sono sempre più grandi e minacciose. Scappiamo, inseguite dall’acqua, e riusciamo appena in tempo a rientrare nell’edificio.
Di fronte a queste immagini la mente inizia subito a lavorare per capirne il significato, si fa molte domande, cerca di seguire un metodo logico per mettere in ordine le sequenze e le informazioni del sogno. Allenata com’è a ragionare in modo analitico, riesce a ricostruire molte cose e a fare delle ipotesi. Ma, comunque, sento che qualcosa le sfugge. E più si sforza, meno lo coglie. Provo a rilassarmi, a respirare e a guardare dentro di me i simboli che mi sono venuti a trovare in sogno. Li lascio parlare, nel mio silenzio, ascoltando le sensazioni che mi trasmettono. Divento semplice, ma attenta, spettatrice dei loro messaggi. L’acqua, le scale, la casa: non più concetti astratti, ma immagini reali e con una loro vita, che stanno parlando al mio cuore. E, ad un certo punto, inizio a comprenderne la lingua. Come quando un bimbo, che non sa ancora leggere ma che sta imparando l’alfabeto, inizia con stupore a mettere insieme delle lettere e a formare parole. E scopre con gioia che queste acquistano significato. Ecco, il significato. La comprensione vera che si accende.

E così, quando decido di raccontare il mio sogno ad un’amica che mi viene a trovare, so che potrò trasmetterle un'esperienza e non solo un'elaborazione mentale. E mi riempie di gioia il pensiero che, magari, questa mia esperienza le potrà dare degli spunti utili per la sua vita. Proprio come il mio professore di filosofia al liceo che, ricordo ancora adesso dopo tanti anni, mentre ci parlava di Platone e di Aristotele, aveva gli occhi che gli brillavano perché sapeva che quanto ci stava dicendo poteva diventare occasione personale di crescita per noi e non solo nozione intellettuale.
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