Blog della Teca

Riflessioni sulla spiritualità, lo gnosticismo e il nostro modo di vedere la vita



Piangi, ne vale la pena…

Giovedì, 06 Aprile 2017 18:55 Scritto da  La Teca di Milano
Avete notato? Ogni volta che un fidanzato ci lascia, se perdiamo il posto di lavoro, ci tradisce un amico, ci viene detto a mo’ di consolazione da chi ci sta vicino e pensa di volere il nostro bene: «Non piangere, non ne vale la pena!». Per poi aggiungere: «Non piangere, non dargli soddisfazione!». Ma a chi non dovremmo darla questa soddisfazione? Al fidanzato? Al datore di lavoro? All’amico che ci ha traditi? Ma loro che ne sanno del nostro pianto?

E se… E se, invece, quella soddisfazione la si volesse – per così dire – sottrarre al dolore? «Non dare soddisfazione al tuo dolore», sarebbe quindi la più corretta (e reale) formulazione di tale esortazione, certamente a fin di bene. E perché?, verrebbe da rispondere, cos’ha il mio/il nostro dolore di così sbagliato da non meritare di essere soddisfatto?

Tutta colpa di certe equazioni - pianto = debolezza, equilibrio = forza - che fin da quando eravamo bambini hanno spinto i nostri educatori a esortarci con frasi del tipo «Non piangere, ormai sei grande, gli adulti non piangono!». Come se, di punto in bianco, gli adulti fossero/fossimo un modello di perfezione...

E invece… Invece, il pianto scioglie il dolore, gli dà un altro colore; lacrima dopo lacrima, lo rende di una diversa sostanza. Abbandonarsi al pianto non è mai una resa, ma una conquista: riconoscere la nostra fragilità e i nostri limiti, vedersi per quello che si è e non per come “bisognerebbe essere” è un regalo dell’esistere. Una benedizione. Certo può essere insincero, utilizzato come uno strumento colpevolizzante e manipolatorio. Ma il pianto è sempre un sintomo di un qualcosa che ha bisogno di essere sanato, una richiesta di aiuto e di attenzione che non può rimanere inevasa.

A pensarci bene, il pianto non è neanche l’opposto del riso, ma ne è piuttosto il fratello, l’amico fedele. Sono Achille e Patroclo, Giacinto e Boccadoro… Quante volte vengono le lacrime agli occhi dal ridere, e quante altre dopo tanto piangere, ci è sorto – inaspettato – un sorriso per il quale ci si siamo sentiti un po’ blasfemi, provando quasi vergogna? E invece no. Nessun turbamento ci assalga, riso e pianto sono fatti della medesima sostanza. Sostanza potente, dato che nessun’altra secrezione del nostro corpo, neanche lo sperma e il mestruo, è stata rivestita nel tempo di altrettanti significati psicologici, emotivi, simbolici, culturali, spirituali come le lacrime.

Che bella la parola “lacrime”! Che dolce, il verbo “piangere”! Il pianto non è mai inconsolabile, ma consola. Se non lo fa è solo nei casi limite in cui si avrebbe bisogno probabilmente di un aiuto in più. Il pianto conforta, perché lava via i segni del dolore, come l’onda del mare cancella i segni lasciati sulla sabbia. Il pianto è un dono, tanto quanto il riso. Il pianto cura, il pianto allevia. Il pianto è la tempesta che conduce alla quiete.

Quindi, piangi/piangiamo pure, perché ne vale la pena. Sempre…
Ultima modifica il Venerdì, 07 Aprile 2017 18:47
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