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Quarta Via: Il meccanismo della proiezione

Domenica, 16 Marzo 2014 22:25 Scritto da 
Nella ricerca interiore di Noi stessi, “l’altro” diviene allo stesso tempo, facilitatore ma anche un possibile impedimento al nostro lavoro.
Attraverso il meccanismo di difesa della proiezione, abbiamo imparato infatti, come liberarci illusoriamente delle nostre macchie, senza uno sforzo attivo. Separando da noi, ciò che non ci piace e vedendolo riflesso negli altri, ci illudiamo di essere quasi perfetti, ritenendo che siano gli altri a dover cambiare.

Solo col coraggio eroico di togliere il velo di Maya, ci si può accorgere che tutto quello che viene criticato degli altri, che ci fa alterare, che ci disturba, siano spesso gli elementi di base su cui dovrebbe iniziare il vero lavoro di conoscenza di sé. Fintanto che non si apprenda a fare questo lavoro di separazione delle parti di sé da quelle degli altri, difficilmente si sarà in grado di capire da dove iniziare l’opera di trasfigurazione.

A volte anche l’associazione con l’altro, che fugge dall’ascolto di sé, diventa rafforzativo di un meccanismo difensivo di fuga. Ci si butta a capofitto in una corsa frenetica del fare continuo senza meta, in atteggiamento reattivo alla vita, alla ricerca di piaceri immediati ma effimeri. Questo perché si ha davvero troppa paura di scoprire aspetti fragili di sè, paure ancestrali di morte o di abbandono, bisogni essenziali insoddisfatti, ombre e rabbie esplosive.

Potessimo comprendere e accettare la nostra perfettibilità, nella piena fiducia che solo con la vera conoscenza di noi stessi e quindi anche dei nostri limiti, potremo davvero iniziare quel lavoro alchemico di trasformazione dei nostri metalli grezzi in oro. Riconoscendo così, come scritto nel tempio di Apollo di Delfi, che solo col “nosce te ipsum”, conosceremo poi.. l’Universo e gli Dei.
Nella ricerca interiore di Noi stessi, “l’altro” diviene allo stesso tempo, facilitatore ma anche un possibile impedimento al nostro lavoro.
Attraverso il meccanismo di difesa della proiezione, abbiamo imparato infatti, come liberarci illusoriamente delle nostre macchie, senza uno sforzo attivo. Separando da noi, ciò che non ci piace e vedendolo riflesso negli altri, ci illudiamo di essere quasi perfetti, ritenendo che siano gli altri a dover cambiare.
Solo col coraggio eroico di togliere il velo di Maya, ci si può accorgere che tutto quello che viene criticato degli altri, che ci fa alterare, che ci disturba, siano spesso gli elementi di base su cui dovrebbe iniziare il vero lavoro di conoscenza di sé. Fintanto che, non si apprenda a fare questo lavoro di separazione delle parti di sé da quelle degli altri, difficilmente si sarà in grado di capire da dove iniziare l’opera di trasfigurazione.
Avvolte anche l’associazione con l’altro, che fugge dall’ascolto di sé, diventa rafforzativo di un meccanismo difensivo di fuga. Ci si butta a capofitto in una corsa frenetica del fare continuo senza meta, in atteggiamento reattivo alla vita, alla ricerca di piaceri immediati ma effimeri. Questo perché si ha davvero troppa paura di scoprire aspetti fragili di sè, paure ancestrali di morte o di abbandono, bisogni essenziali insoddisfatti, ombre e rabbie esplosive.
Potessimo comprendere e accettare la nostra perfettibilità, nella piena fiducia che solo con la vera conoscenza di noi stessi e quindi anche dei nostri limiti, potremo davvero iniziare quel lavoro alchemico di trasformazione dei nostri metalli grezzi in oro. Riconoscendo così, come scritto nel tempio di Apollo di Delfi, che solo col “nosce te ipsum”, conosceremo poi.. l’Universo e gli Dei. 
Ultima modifica il Martedì, 03 Maggio 2016 19:42
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