Blog della Teca

Riflessioni sulla spiritualità, lo gnosticismo e il nostro modo di vedere la vita



Quarta Via: Spunti per una Preghiera consapevole

Lunedì, 12 Dicembre 2016 19:28 Scritto da  La Teca di Milano
Ogni tradizione, religione o confessione che sia, incluse le rispettive ed eventuali evoluzioni hanno teorizzato oltre a proprie preghiere un proprio modo di pregare. Non da meno, l’insegnamento sconosciuto portato alla luce da George Ivanovich Gurdjieff a beneficio dei volenterosi cercatori occidentali, pur non avendo ufficializzato il testo di una propria preghiera, ha tuttavia posto delle basi per comprendere in cosa consista essenzialmente l’atto del pregare. Infatti, per G. anche la preghiera, così come la religione è un concetto relativo che corrisponde al livello spirituale dell’essere umano che la pratica: «Bisogna comprendere», spiega in Frammenti di un insegnamento sconosciuto, «che la religione dell’uomo n. 1, non è la religione dell’uomo n. 2 e che quella dell’uomo n. 3, è pure un’altra religione. Le religioni degli uomini n. 4, n. 5, n. 6, n. 7 sono completamente differenti dalle religioni degli uomini n. 1, 2 e 3». E questo perché la religione è soprattutto ed essenzialmente FARE, ovvero vivere e praticare secondo i suoi dettami non limitandosi a una mera adesione di pensiero o di principio, piuttosto che filosofica.
«Nessuno ha il diritto di chiamarsi Cristiano, se non adempie nella sua vita i precetti del Cristo», insiste Gurdjieff. Uno degli atti di questo agire sacro è senz’altro la preghiera. Ma quale preghiera? Non certo quella – illusoria e auto-ipnotica – degli uomini 1, 2 e 3, quanto la preghiera consapevole impostata come domanda, così come erano le antiche versioni anche antecedenti alla nascita del Cristianesimo.

L’Io Voglio


Ciò detto, nuove preghiere possono essere formulate dagli uomini in base alle intenzioni di ciascuno. Per esempio, una nuova preghiera può contenere espressioni come Voglio essere, Voglio ricordarmi, Voglio diventare, Voglio imparare, Voglio annunciare, Voglio creare, Voglio assomigliare, e così via. Ma perché il pregare coincida con un atto spiritualmente autentico, occorre attivare un processo di totale comprensione e identificazione con le parole che si pronunciano. E in questo G. offre suggerimenti precisi. Perché tali espressioni possono trasformarsi in preghiera solo se l’uomo che le recita quando dice IO, «nello stesso tempo pensa a tutto quello che sa su “Io”», ovvero che non esiste un “io” unico ma una moltitudine attaccabrighe sulla quale però lui intende regnare, imponendosi con un “Io” signore e padrone della sua interiorità.
Così come quando poi dice VOGLIO, deve essere consapevole che quando si trova in condizioni di normalità è incapace di volere e di non volere, ma che in quel momento è disposto a imporsi lo sforzo di volere collegandolo alla necessità di lavorare su di sé: «In altri termini», spiega G., «cercherà di introdurre la terza forza nella combinazione abituale delle due forze: “si vuole” e “non si vuole” ». Quando di seguito pronuncia il verbo ESSERE dovrà pensare alle implicazioni della meccanicità dell’uomo e all’“essere” piuttosto di un uomo che si è sottratto in se stesso alle influenze delle forze esteriori e perciò è libero di fare. Così come quando recita VOGLIO RICORDARE, deve comprendere cosa significa per lui ricordare, visto che vive in perenne dimenticanza di se stesso, per cui occorre che associ anche al ricordare l’idea della necessità di lavorare su di sé. E ciò vale per qualsiasi verbo, aggettivo o sostantivo venga sorretto dal suo Io voglio, visto che solo se lo desidererà veramente e ripetutamente potrà ricevere da tale pratica un’energia che lo aiuterà a osservarsi nei momenti in cui cadrà nel sonno, consentendogli di svegliarsi e di vincere su se stesso.

In fondo al pozzo

Così facendo la preghiera diventa un proposito interiore, non un’esternazione, tanto meno una supplica. Essa si trasforma in una disamina dei nostri limiti, ma anche delle nostre possibilità. Pregare non è una proiezione esterna, bensì un’introspezione attraverso la quale si scende nel pozzo della nostra interiorità inseguendo il luccichio della scintilla divina che vive in noi. La preghiera è comparabile a un esercizio emozionale e psicologico che affonda nel sacro, dove si riconosce la propria origine divina, la si nutre e la si alimenta. Esercitandola in tale modo, si impedisce che essa venga sepolta sotto lo strato di emozioni, affanni, parole, pensieri e gesti che affollano la nostra quotidianità. È come se pregando facessimo pulizia di tutto ciò per far risplendere anche nelle parti più buie e nascoste di quel pozzo un Sole brillante che illumina e scalda il cuore, ricordandoci di Essere innanzitutto e soprattutto.
Ultima modifica il Lunedì, 12 Dicembre 2016 19:56
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