Blog della Teca

Riflessioni sulla spiritualità, lo gnosticismo e il nostro modo di vedere la vita



SIAMO FIGLI DEL BAMBINO CHE SIAMO STATI

Domenica, 07 Maggio 2017 19:37 Scritto da  La Teca di Milano
Siamo come siamo perché così ci ha modellati il mondo. Siamo come siamo perché da bambini lo sguardo degli adulti non ci ha visti e accettati per come eravamo. Appena nati eravamo integri, il nostro Io profondo conosceva già le parole adatte a dialogare con le varie parti che ci compongono. Tutto in noi era armonia. Ma poi, mese dopo mese, interagendo con quanto ci circondava, con le ansie e i timori, le paure manifeste e represse dei genitori che ci accudivano, hanno cominciato a formarsi delle minuscole fratture, che sono andate facendosi sempre più grandi: «Cosa succede? Cos’è questa disarmonia? Cos’è questo stridore che percepisco? Cos’è questo dolore di cui sento l’odore?». Così, le piccole crepe si sono via via trasformate in incrinature e poi in squarci, e il nostro Io è andato in frantumi.

Eppure noi, come ogni bambino nato su questa Terra, volevamo solamente amore, mentre coloro che ci hanno cresciuti, perpetuando meccanismi con cui sono stati a loro volta allevati, spesso maldestramente altre ciecamente, avrebbero voluto che tacessimo quando avremmo voluto piangere, che dormissimo quando avevamo fame, e mangiassimo quando avremmo voluto dormire o giocare. Ci siamo sentiti persi e smarriti, e poche volte sono arrivate le carezze e le rassicurazioni che avremmo voluto sentire. Ci siamo sentiti sbagliati.

E tutto questo è stato niente, nulla se paragonato al disagio di non aver potuto esprimere la sofferenza che queste regole esterne provocavano in noi. Per questo abbiamo imparato a fare finta di nulla, a negare che quel dolore esistesse, a camuffare le emozioni per evitare eventuali osservazioni o critiche: volevamo essere accettati e amati, e per questo non abbiamo esitato a nasconderci, a rinnegare noi stessi. Ciò ha ampliato il solco delle fratture, che sono diventate ferite pronte a sanguinare all’ennesima rinuncia: ci siamo trasformati in maschere che interpretano delle parti pre-scritte da altri sulla scena della nostra vita. Siamo diventati stranieri a noi stessi, per compiacere gli altri e provare, almeno così, a sopravvivere.

Ecco perché ogni volta che una situazione o qualcuno ci spinge a mostrare il nostro vero modo di sentire, quel dolore riaffiora, e per evitare di non essere apprezzati dagli altri continuiamo a ripudiare noi stessi. Così il dolore si autoalimenta, diventa più grande, cresce in noi la rabbia, che -dopo essersi mostrata - torna a inabissarsi nelle profondità della nostra anima, pronta a riemergere alla prossima occasione.

Noi, tutti noi, siamo il diretto risultato di questo: ogni adulto è figlio del bambino che è stato. Per uscire realmente dallo stato infantile in cui siamo confinati, ognuno di noi deve diventare padre e madre di quel bambino, prendendosene cura, perché così sanerà le ferite del di lui figlio. Quel che non è stato a suo tempo donato da altri a quel bambino, può essere reintegrato adesso. Come? Togliendo la polvere da quelle crepe, portandole alla luce, non rammaricandosi perché deturpano una superficie altrimenti perfetta. Quelle ferite fanno parte integrante della nostra bellezza, vanno accolte, amate e - così - sanate; sono benedette perché aiutano a vederci, a renderci conto che noi non siamo le nostre ferite, noi non siamo solo il nostro dolore. Bisogna andare a scovare uno a uno quei piccoli frammenti per ricomporre minuziosamente il puzzle del nostro Io, e perdonarci. Perdonarci per la nostra imperfezione, e amarci per aver imparato a esser dopo tutto finalmente veri.
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