Martedì, 11 Novembre 2014 00:00

Attualità: Smartphones, Tablets…e la Via?

Scritto da Teca di Legnano e Milano
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I moderni strumenti elettronici social sostituiscono quello che per Gurdjieff era il parlare inutile..un'abitudine che ci allontana da noi stessi
Un tempo c’erano le nostre chiacchiere, tante chiacchiere inutili.

Imbarazzo, timidezza, non saper esprimere in modo adeguato le nostre emozioni: che fare? Parlare, parlare…

E tanta paura: paura di provare emozioni, di “sentire”.

Allora avanti con fiumi di parole sul tempo, sul treno che ritarda, sul mondo che va sempre peggio.

Gurdjieff e Ouspensky, sulla scia di tanti maestri illuminati di Oriente e Occidente hanno messo in guardia contro i discorsi inutili. L’abitudine a parlare, parlare sempre, parlare troppo è radicatissima nell’essere umano.

Al proposito Ouspensky ricorda in Frammenti di un insegnamento sconosciuto, come, nell’ambito del loro Gruppo di Lavoro, “Nessuno vedeva questa abitudine in se stesso, nessuno poteva combatterla, perché era sempre considerata positiva in se stesso.…”.

Più avanti, nota come “… la lotta contro l’abitudine di chiacchierare e, in generale, di parlare più del necessario, poteva diventare un centro di gravità del lavoro su di sé, perché questa abitudine si intrometteva in tutto, penetrava tutto ed era per molti di noi la meno notata”.

Gurdjieff in compagnia dei suoi allievi, tra cui Ouspensky, riceve un giorno un uomo che voleva conoscerlo e che inizia a parlare, parlare, parlare. Poi, una volta finito, questi se ne va. Nota il maestro armeno, come l’ospite non desiderasse che parlare “…forse era l’unica volta in vita sua che gli si offriva una possibilità di ascoltare la verità; ma egli ha parlato tutto il tempo.”

Nel suo Incontri con il Maestro, ancora Ouspensky stigmatizza con gli intervenuti alle sue conferenze, l’abitudine a “…parlare inutilmente…”.

Altro celebre esempio: la favoletta Zen in cui un aspirante allievo, giunto al cospetto del nuovo Maestro che vorrebbe seguire, parla, parla e parla ancora.
Al silenzio di quest’ultimo, gli chiede il perché del suo tacere. Si sente rispondere che non si può riempire un vaso già pieno fino all’orlo.

Oggi al chiacchiericcio si è aggiunto lo ‘smanettare’ sullo smartphone. Lo teniamo tra le mani, leggiamo e rileggiamo sms, Whatsapp, mail, twittiamo e consultiamo la rete. Comunicare è importante, certo, ma la tecnologia ha inventato una nuova gabbia nella quale stiamo giorno e notte. Sì, per taluni anche la notte. Siamo diventati meccanici e dipendenti.

Se prima chiacchieravamo troppo, adesso abbiamo lo smartphone e il tablet, sempre in mano…

Tale pericolosa dipendenza da Internet, chiamata tecnicamente IAD (Internet addiction disorder), risponde a un mancato o non riuscito controllo dei propri impulsi. E a molto altro ancora. Quante paure vengono spostate da un semplice touch sul nostro screen!

Sarebbe utile cominciare a osservarsi per vedere come siamo: forse riusciremmo per un attimo a svegliarci ma tutto sembra congiurare contro questa presa di coscienza. Chiediamoci: cos’è che non va?

Di nuovo, quanta paura del silenzio, delle pause, del vuoto! Aah il vuoto…

Per l’individuo che tenta di imboccare la Via, i tempi attuali hanno aggiunto un’ennesima gabbia, perfetto esempio della meccanicità e del sonno.

Impossibile muovere un solo passo verso la conoscenza e la consapevolezza di sé…
Letto 1772 volte Ultima modifica il Martedì, 03 Maggio 2016 19:12

Commenti (1)

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Stiamo diventando tutti dipendenti dalla tecnologia, spesso in luoghi pubblici è difficile incrociare gli sguardi dei passanti perché sono tutti alle prese con i tablet o smartphone, anni fa non avrei mai creduto di vedere ciò. Credo che questo sia causa di modificazioni del nostro cervello, del modo di pensare e di conoscere la realtà, di interagire con l'altro e di essere ancora una volta manipolati da qualcuno o qualcosa di cui non sappiamo niente, così da dare libero accesso al nostro psichismo.

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