Lunedì, 27 Luglio 2015 00:00

CREDERE IN DIO

Scritto da Teca di Legnano e Milano
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Cosa vuol dire credere in Dio? Penso che le risposte possibili a tale domanda siano tante quante le anime degli uomini: ma c'è una risposta?
Cosa vuol dire credere in Dio? Penso che le risposte possibili a tale domanda siano tante quante le anime degli uomini: i granelli di sabbia che il Dio biblico prometteva alla discendenza di Israele. Ognuno di noi potrebbe tentare di darne una sua personale, cercando di riassumere le ragioni per cui crede di credere.

Anche se sarà impossibile dirle tutte: come si può spiegare fino in fondo perché e in che modo si crede in qualcosa che non è totalmente comprensibile o spiegabile dalla nostra mente limitata di uomini? Non so quale rabbino amasse ripetere che “se pensi di conoscere Dio, allora non è Dio”. Eppure, per credere in qualcosa bisogna conoscerla, seppur in parte.

Ecco perché in questa conoscenza deve per forza di cose soccorrerci l’intuizione, che di per sé è caratterizzata da “salti logici” che stupiscono la stessa nostra povera mente. Discettando su questa domanda il teologo cattolico (seppur critico verso l’ortodossia vaticana) Vito Mancuso ha provato a riassumerlo in un capitolo del suo libro “Io e Dio – Una guida ai perplessi”, in cui tra le altre cose scrive che: “L’essenza della spiritualità occidentale consiste nel ritenere che per raggiungere il vertice spirituale non si debba annullare l’Io ma potenziarlo, educandolo a un più alto sentire, una spiritualità come gusto e passione di vivere, gioia di agire e di lavorare. Credere nell’esistenza di Dio significa assegnare a tali momenti di “fremito” lo statuto non di emozioni fuggevoli e ingannatrici, ma di rivelazioni: essi rivelano il vero volto dell’essere, l’eterno presente nelle fibre del tempo”.

Seppur chiarissime, a voler tentare di tradurre altrimenti le parole di Mancuso, compiendo un atto di presunzione (nel senso che si presume che…), vien da dire che la tradizione spirituale che per cultura, storia, indole e psiche si addice meglio a chi ha avuto in sorte di nascere in Occidente, è una spiritualità che esalta l’Io dell’uomo, che non prescrive umiliazioni o penitenze per il suo essere, ma indica un lavoro di educazione del proprio sé che lo conduca a porsi in ascolto di una dimensione più alta, di cui alla fine si senta parte, in quanto erede e testimone.

È una spiritualità che non ha nulla a che fare con l’immagine di una religiosità punitiva e peccatrice, ma di una dimensione gioiosa e vitale che conduce a vivere nel mondo senza essere del mondo. Senza farsi irretire dalle sue brame. Credere in Dio significa dare a queste sensazioni non il valore di fugaci emozioni passeggere, ma l’intuizione o, meglio, la rivelazione che è proprio quella invece la dimensione reale di cui siamo fatti e a cui siamo destinati. E fare di tutto ciò il senso più profondo della propria vita. Perché credere in Dio significa anche credere in se stessi.
Letto 1437 volte Ultima modifica il Martedì, 03 Maggio 2016 18:54

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