Martedì, 24 Giugno 2014 15:57

Esperienze interiori: Ci sentiamo...

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Ti sei mai sentito non ascoltato? O come un estraneo alle persone che avevi di fronte? Quest'articolo può aiutarti ... a capire.
Che lingua parlo io?
Che lingua parli tu?

Quando ci presentiamo uno davanti all’altro riusciamo davvero a comprenderci?
Se mi stai parlandomi apertamente, confidandomi qualcosa di profondamente intimo, riesco ad aprirmi e partecipare attivamente ai tuoi moti interiori? Ti comprendo? O non sto facendo altro che essere educato?
Ed tu riesci a farlo con me?

Ascoltiamo l’altro con superficialità, troppo presi da noi stessi o dai ritmi frenetici in cui viviamo, non diamo la necessaria importanza alla persona con cui entriamo in relazione, manchiamo d’attenzione.

Al ristorante, il cameriere mi chiede “cosa prende?” e, invece di interessarsi a me, volge il suo sguardo altrove, senza parlare, probabilmente ha altro per la testa o è semplicemente stanco e vorrebbe andare a casa, è comunque disinteressato a me. Mi sento davvero poco accolto.
In ufficio il mio collega mi fa una domanda, ma non attende la mia risposta, comincia a dare lui stesso una risposta al suo quesito. Forse ha solo bisogno di parlare o di mostrare a se stesso di valere. Dov’è finito il suo interesse per me?
Lo scoglio dell’ascolto, del sentirsi ascoltati ed ascoltare è un ostacolo quotidiano che ci investe ogni volta che ci rapportiamo all’altro, in ogni momento in cui entriamo in relazione.
In casa, ad esempio, con la mia partner è un continuo fraintendimento, a volte lei non vuol altro che del tempo da me, per sfogarsi e sentirsi compresa, io invece non faccio che proporle soluzioni, o tento di consolarla o di distrarla. Interpreto il suo bisogno di parlare come una richiesta d’aiuto.

Mi accorgo che ascoltare necessita di una attenzione attiva, non basta rimanere davanti all’altro in silenzio, è necessaria una certa partecipazione ed uno sforzo per evitare giudizi superficiali ed automatici, arrivare a quell’ascolto che è accoglienza, accoglienza della diversità altrui, arrivare a quell’ascolto che vuol dire: “Sono qui, ti sto sentendo senza giudicarti, sono davvero interessato a quello che mi dici, parlami!”.
Mi piacerebbe arrivare ad un ascolto senza secondi fini, senza identificarmi in “colui che deve salvare la persona che ha di fronte” o “colui che deve trovare una soluzione” o ancora, in “colui che coglie l’occasione per mostrare quanto è bravo”.
Forse non so ascoltare l’altro perché, in verità, non sono abituato ad ascoltare me stesso, forse ho paura di trovare nei suoi occhi una parte di me che mi spaventa o che non sopporto o che non mi piace …

Perché non riesco a stare con me?
Con l’unica persona con cui condivido ogni istante questo viaggio che è la vita?
Cosa è successo in me tanto da creare questa separazione da me stesso?
Non sono stato educato ad ascoltarmi, da bambino dovevo ascoltare i miei genitori, i familiari e poi gli insegnanti, sono stato educato a dimenticarmi di me.

Ma oggi, rispetto a ieri, ho la possibilità di decidere, posso scegliere di ritornare a me stesso, di prendere in mano la mia vita.
Decido, quindi, che mi è utile iniziare a fermarmi per sentire come sto, per sentire cosa sento e cosa provo e iniziare ad accettare lo stato in cui mi trovo senza volontà di cambiarlo, ascoltare qualsiasi emozione o sensazione che sento in me.

Voglio provare a farlo, per vedere cosa accade, se qualcosa cambia o se scopro nuovi aspetti in me.

Voglio vedere se, cambiando il rapporto che ho con me stesso, posso modificare anche la qualità delle mie relazioni con gli altri.


Ascoltarmi, ascoltare, semplicemente.
Letto 2097 volte Ultima modifica il Giovedì, 05 Maggio 2016 08:02

Commenti (2)

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Sono d'accordo con Tommaso, dare ascolto costa fatica, quindi faccio fatica se ne ho qualcosa in cambio. Questo modo di intendere le relazioni sociali come degli scambi commerciali può apparire cinico, ma se esiste sin dagli anni '50 una teoria psicologica che parla di "unità del rapporto sociale" come "transazione" (e mi riferisco qui alla teoria dell'analisi transazionale) evidentemente non sono la sola a vederla in questi termini. La parola transazione infatti non è presa dal linguaggio economico e non rimanda ad una idea di calcolo, di spesa e di guadagno?
Dunque qual è lo scambio che avviene quando riesco a mettermi in ascolto dell'altro? Non lo si può sapere, a mio avviso, finché non si è fatta l'esperienza di essersi sentiti realmente ascoltati. Io questo privilegio l'ho avuto più volte ed è una pietra miliare nella mia relazione con me stessa e con gli altri. Perché un ascolto di simile qualità permette ad una relazione di giungere ad una profondità sorprendente e, soprattutto, permette alle persone coinvolte di raggiungere la verità di sé stesse all'interno di quella relazione, per quello che è la mia esperienza. La bellezza di un simile scambio vale di gran lunga la fatica di allenarmi all'ascolto (che per essere tale deve in prima istanza essere un ascolto delle parti di me che normalmente rifiuto) e rappresenta il possibile guadagno dell'interessante transazione che in quel momento la vita mi sta proponendo, se sono pronta a coglierla!

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Ascoltare.
Mi sembra molto difficile quello che viene proposto in questo articolo, forse un po' utopistico...
Ascoltare. Come se non dovessi avere interesse a farlo, senza un piacere?!?!? Molto difficile! Come faccio a
Credo che bisogna comunque avere un interesse in una relazione, anche di ascolto.
Il ristoratore semplicemente non è interessato a nuovi clienti?
Il collega non ha bisogno della collaborazione degli altri o semplicemente non se ne rende conto?
Forse la domanda è: ho un interesse ad ascoltare qualcuno che "ne ha bisogno"? Ne ricevo qualcosa o è solo un "regalare il mio tempo"?

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