Mercoledì, 26 Marzo 2014 15:16

Esperienze interiori: Come riconoscere le emozioni negli altri

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Vuoi riconoscere le emozioni negli altri? Forse non è tanto difficile come si crede...

A volte non ci accorgiamo di quanto i comportamenti degli altri parlino di noi. Di quanto, attraverso l’osservazione degli altri (e di noi), sia possibile scoprire qualcosa che ci appartiene… profondamente...

Riunione di lavoro, di quelle che “se ne fanno poche”, tutto il settore è coinvolto, l’obiettivo è rendere noti i risultati dell'anno precedente e identificare gli obiettivi di quello in corso.
Dopo diversi interventi di vari dirigenti, tocca al mio capo, un uomo molto alto, austero, duro.
Lo guardo, lo osservo, il suo corpo mostra agitazione, non riesce ad avere un movimento fluido ed è visibilmente nervoso, mi aspetto un intervento davvero pessimo. Rimango invece stupito, la sua voce è ferma e dice proprio quello che intende dire, non mi capacito di quello che sto osservando.
Un corpo che non riesce a star fermo sulla sedia, che cerca, senza riuscirci, una postura adeguata, le sue gambe si muovono agitate e continuano ininterrottamente a saltellare.
Possibile che una parte di lui mi dica qualcosa, e un'altra mi mostri il contrario?
Cosa sta succedendo in lui?
Chiaramente è disconnesso dal suo corpo e dalle sue emozioni, la sua mente ha preso il sopravvento e governa questo momento intenta a terminare la sua esposizione.
Improvvisamente, il manager del progetto interviene interrompendolo, sembra quasi sgridarlo, di sicuro non è accogliente, anzi.
Ecco, adesso sono sicuro che qualcosa stia cambiando in lui ed infatti vedo il suo corpo offeso, le sue gambe si muovono assai più nervosamente, si aggiusta più volte il colletto della camicia e la cravatta, ma niente, la sua voce non fa una piega, continua a parlare perché vuole raggiungere il suo obiettivo, vuole concludere la presentazione.
Ancora un'interruzione dal manager, e ancora un'altra, sembra che ce l’abbia con lui, il suo volto finalmente mostra qualcosa, è il suo sguardo a cambiare.
Non è solo nervoso e giustamente arrabbiato per queste interruzioni, è anche rabbuiato, si è profondamente offeso, seppure dalla sua voce non trapeli nulla.
Finalmente conclude il suo intervento, si alza e si poggia alla parete, le sue mani sono dietro la schiena, l’impressione che ricevo è di un bambino offeso ed in castigo.
Mi stupisco di non vederlo piangere, tanto è forte la sensazione di rabbia che trapela da lui. Sento il suo disappunto, ma lui, malgrado questo, continua a ridere facendo finta di niente, come se tutto andasse bene. La sua espressione non è sincera, deve solo fare bella figura davanti agli altri.
Esco dalla riunione un po’ scosso. Tornando verso alla mia scrivania rifletto e mi chiedo a cosa mai possa essermi utile l’aver notato queste dinamiche emozionali negli altri. A cosa può servirmi?

Improvvisamente un qualcosa mi riporta a me: quante volte sono stato io a reagire in questo modo?
Anche il mio corpo mi parla, come quello del mio capo. E parla agli altri più di quanto lo facciano le mie parole… Lo ascolto adeguatamente? Lo osservo veramente? Cosa mi dice?
Quante volte faccio finta che tutto vada bene, mentre il mio corpo dice che ho paura, sono triste o sono in disagio?
Quante volte non sono in contatto con le mie emozioni e mostro una maschera che non corrisponde a quello che sento?
Quante lacrime trattenute, come in lui, ci sono in me? Da dove provengono? Chi mi ha insegnato a trattenerle?

Ripenso, inevitabilmente, a mio padre.
In tutta la mia vita ho visto una sola lacrima scendere sul suo viso, una sola volta, pochi anni fa, mentre mi parlava di sua madre, che perse trent’anni prima. In quel momento ho pianto con lui, mi sono commosso e ho imparato a vederlo con altri occhi, un uomo sofferente, un bambino a cui mancava terribilmente la mamma.

Il mio capo m’ha richiamato a me, alla mia storia e a mio padre.
Il mio capo m’ha ricordato che in fondo lui è uguale a me, anche lui è un bambino che, forse, non è stato valorizzato come meritava, o è stato picchiato dal papà, o chissà cos’altro.
D’altronde, non è tanto importante per me conoscere questi particolari, quanto, piuttosto, riuscire a rispecchiarmi in lui così da ritrovare me, la mia storia, le parti di me che spesso non ho voglia di vedere.

Ed avere la possibilità di stare con loro… con quelle lacrime trattenute… di stare con me.

Letto 2325 volte Ultima modifica il Giovedì, 05 Maggio 2016 08:03

Commenti (2)

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Le riunioni: sì, che incredibile campo di battaglia con tanto di guerrieri, feriti, invalidi da mandare nelle retroguardie, infermiere crocerossine, plotoni d'esecuzione, inermi mandati in prima linea.... "Sei sempre l'uomo della pietra e della fionda" diceva Quasimodo: sì, sono sempre quel tipo di uomo, anzi donna, ho solo deciso di voler vedere tutto quello che riesco a vedere di questo scenario dove recito ogni giorno la mia parte.

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Grazie per questo articolo che mi ricorda come io vada sempre malvolentieri a questo tipo di riunioni, mi stancano anche se non si lavora attivamente in quelle occasioni. le riunioni mi stancano più di una giornata di lavoro. In effetti sono queste le dinamiche che si instaurano sia da una parte che dall'altra: il capo teso mentre recita per fare bella figura, i dipendenti che ne fanno il luogo privilegiato per sfogare critiche e malumori, ma dietro questi malumori si cela spesso il rapporto con il padre che si tende a proiettare sul capo.

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