Martedì, 11 Agosto 2015 00:00

Esperienze interiori: la distanza necessaria

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È possibile intuire l’immagine della massa, mettendo una distanza tra noi e il mondo, per ricevere una comprensione profonda?
"Erano due masse, questo era tutto ciò che sapevo, due masse ugualmente eccitabili, che parlavano la medesima lingua".
Sono queste parole di Elias Canetti che ne "Il frutto del fuoco" descrive un'esperienza sensoriale uditiva. Sono urla che arrivano da un campo di calcio escluso alla visuale da alberi e case: "Quel giorno tremendo di luce abbagliante lasciò in me la vera immagine della massa, la massa che riempie il nostro secolo". Continua così l'autore descrivendo il paesaggio interiore destato dal seguire quell'invisibile partita. Ed è come se questa sorta di divaricazione sensoriale gli consentisse la distanza necessaria, il punto di vista adatto per prendere coscienza, attraverso una vivida immagine, di ciò che tristemente rappresenta una condizione esistenziale del nostro secolo: la massificazione.

Alcuni decenni dopo P. P. Pasolini con la sua prosa lucida e incisiva denuncia un "edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane". Siamo nell'epoca del boom economico succeduto alla ripresa del dopo guerra. La rivoluzione del sistema delle informazioni e delle infrastrutture ha ridotto ogni distanza. E' soprattutto con la televisione che "il Centro ha assimilato a sé l'intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali".
L'ideologia edonistica asservita alla nuova industrializzazione ha così appiattito l'esperienza umana privandola dell'autenticità originaria. Si tratta, Pasolini lo dichiara senza mezzi termini, della peggiore delle repressioni mai perpetrate nella storia umana. Nemmeno il totalitarismo fascista aveva potuto insinuarsi tanto e in tale subdolo modo nell'esistenza di ogni persona per ottenere una così ampia, totale e incondizionata adesione.

"Si tratta di nuove forme di pianificato assoggettamento gregario": Remo Bodei nel 2002 in "Destini personali" riflette sul rischio di essere "uomini e donne di allevamento" che pagano la soddisfazione soprattutto quantitativa di bisogni soprattutto indotti, con l'anestesia della coscienza e la banalizzazione dell'esistenza. E l'inflazione dei desideri che da ciò scaturisce ci rende, oltre che omologati, anche frustrati. L'autore chiama in causa l'uso politico delle tecniche e dei media come strumenti di un potere e di una cultura che ci tengono al giogo.
Ma essi non sono che strumenti e come ogni strumento, dal più primordiale manufatto umano alle più avanzate tecnologie, il risultato della loro opera dipende dall'uso che se ne fa. O, meglio, a quale potere essi sono asserviti. Infatti l'uso delle tecniche e dei media potrebbe, all'opposto, spalancare enormi potenziali per l'umanità, come per esempio la possibilità di svincolarsi dalle più pesanti e ripetitive fatiche delegandole alle macchine, di acquisire cultura, informazioni e consapevolezza e di uscire dalla morsa di condizionamenti sociali.
Questi strumenti dovrebbero essere, anziché al servizio degli interessi di pochi, a disposizione di una umanità che necessita di svincolarsi dalla schiavitù del consumo compulsivo e di potersi dedicare alla ricerca di soddisfazioni più autentiche e all'espressione del proprio vero sé.
Vi è un antico testo gnostico che è impregnato di questa originaria aspirazione umana. Si tratta de "l'inno alla perla" contenuto negli Atti di Tommaso. Racconta la storia di un principe inviato dai suoi genitori sulla terra per recuperare la perla giacente nel fondo degli inferi, costudita da un serpente. Ma questo figlio di re, vestiti gli abiti umani e inebriato dalle tante illusioni terrene, dimenticherà il suo originario mandato. Sarà un'aquila il messaggero con il quale i genitori riusciranno a raggiungerlo e a rammentargli il motivo del suo viaggio. Grazie a questo risveglio il principe riprenderà il suo cammino, recupererà la perla e, con essa, la propria regalità. Assomiglia tanto ad una fiaba questo inno ma nella sua toccante semplicità rappresenta una vivida metafora della prigione umana.

Tutti noi dovremmo preoccuparci di coltivare, tra noi stessi ed il mondo delle cose, quel poco di distanza che ci renda in grado di ricevere i messaggi che la nostra parte più profonda e originaria costantemente ci invia. I modi possono essere molteplici e diversi. Uno ci è stato suggerito da Canetti, il primo autore citato, che riesce ad intuire l'immagine della massa mettendo una distanza tra sé e il campo di calcio, per ricevere una comprensione profonda e un'immagine vera.
Letto 1161 volte Ultima modifica il Martedì, 03 Maggio 2016 21:59

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