Giovedì, 28 Maggio 2015 00:00

Esperienze interiori: Parole sul muro

Scritto da Teca di Milano e Legnano
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Due cose riempiono l’animo di ammirazione: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Cosa significano queste parole? Scoprilo anche tu!
In una Milano resa più popolosa dai visitatori di ogni parte del mondo, venuti ad ammirare le meraviglie dell’Expo, l’altra mattina su un lindo muro color beige (una rarità in una città le cui pareti esterne dei palazzi sono ormai totalmente imbrattate da writers senza alcun gusto estetico) è apparsa una scritta di colore nero: «guarda il cielo». 

A che la mente, appena gli occhi si posano di sfuggita su un simile – inaspettato – invito, ha come un sussulto: «Come sarebbe a dire, guarda il cielo?», si chiede: «Così, di mattina, mentre me ne vado come sempre al lavoro, devo mettermi a guardare il cielo? Per vedere cosa? Il tempo? Se piove o c’è il sole?». 

La scritta è vergata con una calligrafia in corsivo e ha un che di fanciullesco. A farla deve essere stata una persona molto giovane, una di quelle che ancora non ha vergogna di far parlare le sue parti più profonde, perché quelle parole ti si parano davanti cominciando a danzare in un girotondo. 

Al che la reazione più immediata, e meccanica, è quella fatta d’istinto dagli occhi che sollevano la propria visuale per guardare in alto scorgendo un lembo di cielo di un azzurro pallido, tendente al grigio, con qualche ciuffo di nuvola poco convinta di esserci. «Tutto qui?», chiede ancora la mente dispettosa. «Tutto qui», le fa eco divertita una voce proviene da una parte più recondita. 

Allora ti fermi, ti metti a fissare ogni singola lettera delle tre parole che questa mattina hanno bloccato il tuo solito tragitto,facendo tabula rasa dei mille pensieri che ti inseguivano per strada. «Guarda il cielo», ripetono convinte. 

Così, sulle macerie della folla di immagini ed espressioni che occupavano prima la tua mente, si fa avanti un altro piccolo maessenziale pensiero: «Il cielo è dentro di te», dice,«guardati!».

Trattieni per una frazione di secondi il respiro. Loro continuano a parlarti: «Hai visto il cielo stamattina? Ti sei vista? Dove sei? Dove stai andando?».
 
Allora, come un’eco lontana, sorge spontaneo il ricordo delle parole che chiudono la Critica della ragion pratica di Immanuel Kant (che poi andrai a rileggerti diligentemente per completarne il costrutto): «Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. 

Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza».

A questo punto ti arrendi, comprendi, e accenni un sorriso. Il cielo perde ogni patina di grigio, diventa più azzurro, le nuvole si gonfiano un po’. Ringrazi in cuor tuo la gentile mano che ha scritto quelle parole, e che saluti. Ora il collegamento è ristabilito, almeno per un po’.
Letto 2085 volte Ultima modifica il Martedì, 03 Maggio 2016 18:57

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