Martedì, 08 Luglio 2014 22:53

Quarta Via: Emozioni, quando esprimerle?

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Ma è poi così categorica la regola della non espressione delle emozioni negative in Quarta Via?
È una torrida giornata estiva. Sto percorrendo in autobus il tragitto che dovrà condurmi ad un importante appuntamento di lavoro, ma sono in ritardo con la tabella di marcia. Noto che il conducente dell’autobus sta guidando ad una velocità estremamente ridotta. Ad un’osservazione obiettiva risulta evidente che la sua modalità di conduzione del mezzo è del tutto inadeguata. La strada si presenta infatti completamente libera dal traffico e la configurazione del luogo non giustifica un'andatura così ridotta. Inizio a indispettirmi: se continuerà di questo passo è certo che impiegherò il doppio del tempo per arrivare a destinazione!

Dentro di me iniziano ad affollarsi tante voci contrastanti:
”Perché si comporta così? Ha forse trascorso la notte in bianco ed è ora troppo stanco per impegnarsi alla guida?"
“È un sadico che vuole prendersi gioco dei passeggeri?”
“Fa così perché gode nel mettere alla prova la nostra pazienza?.”
O ancora: “Calmati, forse sta solo cercando di gestire le forze per poter lavorare senza stress”.

Con il passare dei minuti il mio tumulto interiore cresce. Sento infatti montare in me una rabbia e un’indignazione crescente; vorrei alzarmi per andargli a esprimere in faccia tutta la rabbia che provo. Alla fine però non lo faccio, rimanendo immobile al mio posto senza batter ciglio.

Questa situazione appena descritta è solo una delle tante della vita quotidiana in cui scegliamo di non dare voce ad un sentimento di indignazione sperimentato come legittimo, preferendo la logica della convenienza e del quieto vivere al rischio di un confronto diretto. Perché accade ciò? E soprattutto, come poter conciliare tutto questo con la nota raccomandazione Gurdjieffiana dell’imparare a non dare espressione alle emozioni sgradevoli?

In “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”,Gurdjieff afferma:
”Nel campo delle emozioni, è molto utile tentare di lottare contro l’abitudine di dare immediatamente espressione alle emozioni sgradevoli. Molte persone trovano assai difficile trattenersi dall’esprimere i loro sentimenti circa il cattivo tempo. È ancora più difficile non esprimere emozioni sgradevoli quando ritengono che l’ordine o la giustizia, così come li concepiscono, sono stati violati... la lotta contro l’espressione delle emozioni sgradevoli non è soltanto un eccellente metodo di osservazione di sé, essa ha pure un altro significato. È una delle rare direzioni nelle quali un uomo può cambiare le sue abitudini senza provocarne altre indesiderabili. Per tale ragione l’osservazione di sé e lo studio di sé devono accompagnarsi fin dall’inizio ad una lotta contro l’espressione delle emozioni sgradevoli”.

È chiaro che senza il filtro del proprio senso critico, la lettura di una simile affermazione potrebbe facilmente indurre a delle sterili generalizzazioni, come ad esempio il ritenere che l’espressione dei propri sentimenti sia sempre una cosa sbagliata. Una simile interpretazione sarebbe però assai lontana dal pensiero di Gurdjieff. Credo infatti che il suo intento non fosse quello di fornire un prontuario di comportamenti utili da adottare ad ogni occasione, ma un metodo di lavoro preciso che potesse mettere al primo posto la lotta contro la meccanicità dell’uomo.

Tale meccanicità può esprimersi sia con una tendenza ad agire sempre verso l’esterno i propri sentimenti di frustrazione, e sia all’opposto con una tendenza a reprimerli dirottando la loro carica contro sé stessi. Un'osservazione dettagliata rivelerebbe che, in entrambi i casi, la meccanicità è all’opera; ma mentre nel primo caso essa si esprime attraverso una modalità di tipo estroverso, nel secondo essa si manifesta secondo una modalità di tipo introverso.
Se ad esempio una persona tende facilmente a polemizzare o a litigare al minimo cenno di dissenso da parte degl’altri, significa che sta esprimendo la propria frustrazione attraverso una modalità di tipo estroverso. Al contrario, se essa tende a sopportare sempre tutto, ad essere sempre accondiscendente con gli altri anche se questi non lo meritano e a non far valere mai le proprie ragioni, allora significa che tende a dirottare la propria frustrazione all’interno di sé. Ma anche in quest’ultimo caso, non sarebbe scorretto parlare di “tendenza meccanica ad esprimere le proprie emozioni”, cambiando evidentemente soltanto la direzione, in questo caso interna, entro cui tale carica viene canalizzata.

Dato che entrambi questi tipi psicologici non potrebbero fare a meno di esprimersi secondo la modalità che gli è più consona, e che pertanto questa loro tendenza è meccanica o involontaria, tutto il lavoro risiederà nel contrastare tale abitudine attraverso la specifica messa in atto di un comportamento che sia configurato come opposto ad essa.
Questo significa che il tipo che tende sempre ad esprimere meccanicamente all’esterno ogni minima traccia di disagio dovrà imparare ad astenersene; mentre, al contrario, chi non è mai abituato ad esprimere il proprio disagio all’esterno dovrà paradossalmente imparare a farlo, se vuole essere coerente con un lavoro di Quarta Via.
L’invito Gurdjieffiano alla non espressione delle emozioni sgradevoli andrà allora contestualizzato alla luce di una conoscenza approfondita del proprio tipo psicologico. Perché solo a partire da tale conoscenza ogni sforzo teso a contrastare la propria meccanicità potrà acquisire un senso, diventare autenticamente trasformativo.

Letto 2661 volte Ultima modifica il Giovedì, 05 Maggio 2016 08:02

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Oh come mi sa di conosciuta questa situazione, con tutte le varianti di dialogo interiore che vanno dal "ma ce l'ha con me oggi costui" al "non c'è una ragione al mondo che giustifichi quest'andatura da lumaca!". Ho infatti sempre viaggiato molto in autobus in città e un bel giorno ho voluto sperimentare qualcosa di nuovo.
Mi toccava una tratta lunga perciò avevo tempo per mettere da parte, almeno per prova, la mia irritazione e per andare dall'autista a fare la mia richiesta... cortese, mi ripetevo, sii cortese, sennò col cavolo che costui ti da retta.... (Lascia l'irritazione da parte, solo per qualche istante, mi dicevo, ce la puoi fare, ritornerà subito dopo, già lo sai..).
Alla domanda sul perché mi accadesse spesso di trovarmi su autobus che viaggiavano con esagerata tranquillità in estate, nonostante le strade fossero insolitamente libere l'autista mi spiegò che, essendo il traffico molto ridotto, se fosse andato alla solita andatura ci avrebbe impiegato troppo poco tempo e non avrebbe mantenuto i tempi di percorrenza previsti. Quella linea faceva un percorso parzialmente extraurbano ed effettivamente aveva i passaggi segnati su di un orario per il pubblico perciò la spiegazione mi sembrò plausibile. Tornai al mio posto e mi lasciai riassalire dalla mia insofferenza perché comunque ero in ritardo, ma mi colpì molto il fatto che quelle parole dell'autista mi avevano indirettamente aperto lo sguardo su un panorama più ampio. Come a dire, mi stavo muovendo in un mezzo pubblico che serviva un numero imprecisato di persone, che doveva rispettare delle regole di servizio ed io per tanti anni ogni volta che la situazione si ripresentava non riuscivo a vedere la bellezza di uno strumento che non si lasciava piegare ai miei personali bisogni, ma che provava in un contesto complesso a rispettare una certa prevedibilità per poter servire a tante persone. L'insofferenza e la preoccupazione per il ritardo tornarono, ma quell'autista mi insegnò indirettamente che tendo a rifiutare di accettare la mia responsabilità quando una cosa va male, perché mi è più semplice cercarne le cause esternamente, così posso evitare di sentire l'odiosa voce del mio giudice interiore che mi dice "avevi solo da scendere di casa prima e ora non saresti in ritardo". Lo so che dice una cosa inconfutabile, ma me lo dice con un tono di voce che non sopporto... e qui si apre un altro capitolo...

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