Giovedì, 13 Marzo 2014 14:46

Quarta Via: La ricerca della felicita'

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Cos'è che tutti cerchiamo nella vita se non la felicità. L'identificazione con emozioni, ruoli, oggetti ci allontana drammaticamente… da noi stessi.
 

Mi arrabbio senza motivo per un nonnulla… Ed in modo identico mi accade di commuovermi… O di rispondere in maniera brusca, violenta… Perché? Praticamente tutti gli studiosi della psiche, come anche le religioni, sono d’accordo con il ritenere che questi movimenti emozionali siano legati ad un qualcosa… a quel qualcosa che in Quarta Via è definito come ‘identificazione’. La nostra irrefrenabile tendenza a identificarci in qualcosa, in un ruolo, in un personaggio, in un’emozione, … L’identificazione esiste a causa della mancanza di consapevolezza. Se fossimo consapevoli di noi stessi, forse questa spinta a identificarci si dissolverebbe magicamente… miracolosamente… come neve al sole.

Ma è possibile non identificarsi? Non identificarsi in niente?

Forse no, non è possibile farlo. Perché anche quel ‘niente’ può trasformarsi in un oggetto di identificazione che potrebbe essere il vuoto, il nirvana, il regno dei cieli o l’assoluto.
Nel momento in cui la ricerca della non-identificazione diventa un obbiettivo da perseguire, esso si trasforma in un nuovo oggetto del desiderio ( quello di non essere identificati) che ci allontana dal momento presente impedendoci di essere liberi.
E’ possibile essere presenti, a sé stessi e al movimento incessante del pensiero involontario. Ma se trasformo questa condizione in un obiettivo da perseguire per la gratificazione del mio perfezionamento spirituale, il mio intento non sarà più libero perché legato al bisogno di acquisire un potere. Per osservare sé stessi è necessario disporre di uno sguardo puro, di un’attenzione talmente nuda da essere liberi da qualsiasi aspettativa di dover essere o fare alcunché.
La non identificazione non è l’obiettivo del percorso, ma la conseguenza finale di un lungo tirocinio in cui si è profondamente compreso la futilità di accompagnarsi al pensiero. La tendenza ad essere agiti dal pensiero meccanico è diventata talmente radicata in noi, che anche quando ci mettiamo a osservarci non lo facciamo mai con un’attenzione nuda ma con il pensiero stesso.
Osservarsi non è pensare a sé stessi, ma essere presenti a sé stessi.
Mentre la presenza si limita a riflettere la realtà di tutto quello che sta accadendo momento per momento e senza formulare giudizio alcuno, il pensiero discriminante proietta incessantemente un ideale su tutto ciò che incontra, e in questo modo lo deforma.

La non-identificazione non può essere acquisita direttamente, e tuttavia può fiorire come conseguenza di un comprensione sempre più approfondita della natura della mente. La non-identificazione nasce dalla profonda comprensione che ogni attaccamento al pensiero involontario è futile, e pertanto non potrà condurci in nessun luogo che non sia l’eterno auto-riprodursi di quei processi che tengono in vita il nostro Ego.
Pertanto la vera domanda non è se sia possibile non essere identificati, ma semmai in cosa risieda il processo dell’osservazione e quali siano le condizioni che possano produrla. La capacità di osservarsi è un fattore e nello stesso tempo una conseguenza dell’essere consapevoli, e pertanto è estremamente importante capire cosa sia necessario fare per potersi osservare nella maniera corretta. Il primo passo di un’osservazione ben condotta non può che essere la costruzione di una presenza che sa e che può guardarsi.

Avere il potere di osservarsi significa innanzitutto essere in grado di accettare la realtà di ciò che si vede.

Solo se posso accettare in me la presenza della rabbia, della frustrazione, dell’avversione e del desiderio, posso compiere dei piccoli passi per iniziare a osservare il loro meccanismo, notando l’impatto che tali emozioni generano in me e sull’ambiente.

Se non mi accetto non posso nemmeno osservarmi, perché tenderò inconsciamente a rimuovere tutto ciò che non mi piace, perdendo in questo modo la possibilità di poterlo conoscere.

Ma osservarsi non implica solamente il potere di accettarsi totalmente. E’ necessaria anche l’abilità di saper costruire una distanza tra la percezione che osserva l’oggetto e l’oggetto percepito, senza che di mezzo si frapponga il pensiero discriminante che sempre etichetta e giudica. Altrimenti potrei facilmente scambiare la nuda attenzione di cui ho bisogno con il pensiero di osservare l’oggetto.
La non-identificazione non è un ideale che si può perseguire ma la fioritura di un’auto-conoscenza che coinvolge tutto l’essere. Non è in nostro potere perseguirla direttamente. Non possiamo afferrarla come se fosse un oggetto del nostro desiderio… Essa verrà a noi quando saremo pronti per riceverla, e come il coronamento di sforzi sinceri compiuti per coltivare una comprensione sempre più profonda della meccanicità che ci abita.

 
Letto 2099 volte Ultima modifica il Giovedì, 05 Maggio 2016 08:04

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