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Attualità: morire nel nome di dio

Mercoledì, 07 Gennaio 2015 00:00 Scritto da 
Una donna all'ottavo mese di gravidanza si rifiuta di convertirsi all'Islam, professandosi cristiana, e viene condannata all'impiccagione. È successo nel maggio 2014, in Sudan, a Meriam Yahia Ibrahim Ishag, già madre di un bambino di 2 anni. Sposata con un cristiano, ma accusata di apostasia secondo la legge islamica, in quanto figlia di padre musulmano. In tanti luoghi nel mondo libertà e vita vengono recintate, se non annientate, in numerosi modi. Ma questa notizia ha fatto il giro del mondo, per la decisione di questa donna di mantenere il suo credo, nonostante rischiasse la vita e l'integrità della propria famiglia.

Probabilmente ha valutato bene il tutto, forse nutriva una grande fiducia in una risoluzione positiva, avvenuta nei mesi seguenti attraverso la mobilitazione di vari organismi internazionali. Se così non fosse stato, la sua scelta sarebbe stata equiparabile all'estremo sacrificio di una martire.
Poniamoci adesso una domanda provocatoria: qual è quel Dio che, pur dicendosi amorevole, chiede ai propri fedeli di considerare il proprio nome più importante della loro stessa vita?
Chiediamoci se sia davvero questo il Dio da cui proviene l'essere umano o se non sia piuttosto un Dio immaginato dalla mente umana.

Il primo Cristianesimo spesso onorava chi resisteva nella propria fede fino alla morte, appellandolo martire (dal greco martys = testimone). Ma grazie agli studi sui vangeli e testi gnostici (cfr. ad esempio Elaine Pagels), sappiamo che altri gruppi di cristiani dei primi secoli, poi perseguitati, giudicavano il martirio un atto insensato, uno spreco di vite umane, non certo conforme alla volontà di Dio. Erano i cristiani gnostici, considerati eretici anche per le loro interpretazioni sulla passione di Gesù. Essi infatti dedicavano la propria devozione al Cristo risorto più che al Gesù crocifisso.
Anche Galileo Galilei si era trovato ad affrontare una circostanza analoga, mettendo in pericolo la propria esistenza per difendere la teoria eliocentrica, il suo credo, il lavoro della sua vita. Ha ritrattato, precisamente ha abiurato, e ha potuto così continuare i propri studi, facilitando poi la loro diffusione nei secoli successivi.

Ha salvato ciò che aveva di più prezioso, anche se apparentemente e secondo il giudizio del mondo attorno a lui, passando attraverso una pesante umiliazione.
Quante volte tutto questo succede anche a noi?
Quanto sappiamo lasciar andare le nostre convinzioni, che in fondo ci rivestono solo di una forma, sì molto onorata, "luccicante" e rispettata, ma pur sempre esteriore? Quanto sappiamo dare, al contrario, il legittimo, magari più scomodo e segreto riconoscimento al cuore delle cose, di noi, alla sostanza che ci anima veramente?
Spesso è questa parte essenziale, vera, profonda, non necessariamente perfetta, a venire immolata nel nome di qualcosa di più altisonante, dalle parvenze seducenti e più conforme al mondo. Apparentemente teniamo fede al nostro credo, ma nei fatti sacrifichiamo l'essenziale in favore di una realtà esteriormente più gratificante, ma in realtà transitoria.

E allora, noi, cosa scegliamo?

Morire come martiri o morire alla forma, per costruire una nuova Vita?
Ultima modifica il Martedì, 03 Maggio 2016 22:45
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