Blog della Teca

Riflessioni sulla spiritualità, lo gnosticismo e il nostro modo di vedere la vita



Attualità: sull'ospitalità

Lunedì, 18 Agosto 2014 00:00 Scritto da 
La parola "ospitalità" offre interessanti spunti di riflessione. Soprattutto in questo momento storico, che vede l'Italia quale terra di sbarco di uomini, donne e bambini in fuga da paesi devastati da guerre, sommovimenti politici, carestie alimentari, alla ricerca di una nuova casa in cui essere ospitati.
È soltanto apparentemente lontano il tempo in cui Martin Buber scriveva: "Viviamo un'epoca senza casa". Facendo riferimento non tanto a una casa fatta di muri e stanze, bensì a uno spazio più intimo ed essenziale: quella dimora esistenziale, che per lui era l'incontro autentico tra due anime, la dimensione dentro la quale si può parlare di vera ospitalità.

Sembra sempre più che i "viaggi dell'Io", siano essi in crociera o in gommone, non conducano che a naufragi o richiamino ad una casa angusta costruita nel chiuso delle nostre paure, attorno alle quali innalziamo una serie di recinzioni che impediscono all'altro di valicare i nostri confini. In queste tane protette da sofisticati sistemi d'allarme, l'uomo tradisce se stesso, contraddicendo il proprio compito di "oltrepassarsi" veramente.
Al contrario, l'ospitalità prevede l'arte di invitare l'altro. Ma un invito autentico presuppone il possesso di una casa abitabile, degna di accogliere un ospite. Suppone pertanto il possesso di qualcosa da offrire, da condividere. Allo stesso tempo, implica un desiderio: si invita chiedendo, riconoscendo perciò l'importanza dell'ospite e manifestando il bisogno dell'incontro. L'umiltà del viaggiatore in ricerca, più che il patrimonio di un ricco possidente che apra i suoi scrigni pieni di ricchezze, è la condizione del vero incontro. Ospitalità non è tanto offrire la propria casa; è, piuttosto, condividere le proprie povertà e farle diventare tetto comune.

È chiaro che tutto questo presuppone l'accettazione incondizionata dell'ospite. "Accettare", dal latino "accipere" significa "prendere con sé", "farsi carico di", "contenere", "abbracciare"; l'etimologia lo accosta a "concepire", che significa "dar vita a", ma anche "capire", "comprendere". Nell'atto di accettare, insomma, si apre lo spazio per il comprendere e per il generare, senza operare preventive stigmatizzazioni, selezioni, emarginazioni.
Ci troviamo così all'interno della preziosissima dimensione della "reciprocità", di quell'amore reciproco che sempre è fecondo e ricco di doni, che si autentica nel dinamico andirivieni ("reciprocità" da recus-procus = avanti-indietro) di risorse, di narrazioni, di emozioni, incluso nello spazio - questa volta senza confini - della "comprensione".
Ultima modifica il Martedì, 03 Maggio 2016 23:01
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