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elementi di psicologia: Genitori e bambini

Lunedì, 28 Luglio 2014 00:00 Scritto da 
Durante la mia infanzia facevo spesso un gioco, lontano dagli sguardi dei miei cari, inventavo una storia triste, la raccontavo a volte la cantavo, immaginavo la morte di qualcuno a me caro, un'amica, i miei genitori, mio fratello, me stessa mi commuovevo e piangevo. Poi sazia di quella forte malinconica emozione mi asciugavo le lacrime ed ero più contenta di prima.
È come se quel gioco non fosse altro che l’espressione di un sentire che ancora oggi mi accompagna: come una dolcezza dentro la tristezza, una gioia sul fondo dell’abisso che annuncia la risalita e una goccia di dolore dentro ogni profonda gioia, quasi una sensazione di morte all’apice del piacere, in ogni sensazione di pienezza.

La mia piccola bambina è una tipina tutta matta, non teme l’ignoto, l’avventura, le novità e il cambiamento, ha sempre desiderato essere abbandonata dalla famiglia in un circo giramondo con nani e trapezisti e contorsioniste, si nutre di follie colorate e ama giocare nella natura e anche stare sola con le sue fantasie.
Non credo di essermi mai separata da lei, mi ha accompagnato e a volte condotto nei luoghi più strani, in cima alle montagne, scalza nei boschi la notte, in viaggi solitari, in cambiamenti stravolgenti e sempre mi ha aiutato a fare le valige per ogni despedida.

Spesso viene e mi racconta della sua gioiosa infanzia, mi chiede di essere meno seria, meno formale, meno ingabbiata perché lei vuole giocare, vuole esplodere in una risata quando tutti piangono e piangere quando tutti ridono e cantare a squarciagola e danzare intorno al fuoco e avere 10 fidanzati come alle elementari e vestirsi in maschera e non sapere nulla dei problemi del mondo e dei toni grigi.
Qualche volta mi racconta di quella volta che suo padre, il suo razionalissimo intelligentissimo amato padre l'ha picchiata come un primitivo per averla vista mano nella mano con ragazzino facendole presto capire che chi più ti ama più ha il potere di ferirti e allora piange, perché si vergogna di lui, della sua debolezza, della sua imbecillità.
Io la tengo tra le braccia e non dico nulla perché lei non vuole sentire la mia voce, vuole solo piangere e poi stare meglio di prima più contenta di prima, come in quel gioco in cui erano tutti morti.

C’è un giorno in cui sono diventata grande, adulta, è stato il giorno in cui ho scritto una lettera a mio padre dopo 7 anni di silenzio scrivendo quello che avrebbe dovuto saper scrivere lui. E il nodo ha iniziato a sciogliersi e le cose a cambiare, quel giorno la mia bambina piangeva molto e al tempo stesso era molto contenta finalmente qualcuno la difendeva! Però è stata lei a dirmi “non infierire, potresti distruggerlo per sempre…lui ha già capito, ma non ha la nostra forza”.
Io la guardo questa bimba, come guardo i miei figli e sento la sua potenza infinita e sento che ho da imparare da lei come dai miei bimbi.

Tutti volevano insegnarle qualcosa, dire spiegare … a quella bambina, ma io so che quella bambina vuole essere ascoltata perché ha delle cose da dire, delle cose molto preziose, lei sa molto …E la cosa migliore che io possa fare è fare silenzio e ascoltare.
Lei è Gioia pura e malinconia, lei è fantasia, lei è follia e saggezza. Mi accompagna quasi sempre e a volte mi dice delle cose che mi confondono, esattamente come mi succede con i miei figli e mi trovo a chiedermi "ma com’è possibile che lei sia più saggia più evoluta dell'adulta?"

Chi è forte? Chi è debole?
Io sono lei.
Ultima modifica il Martedì, 03 Maggio 2016 19:37
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