Blog della Teca

Riflessioni sulla spiritualità, lo gnosticismo e il nostro modo di vedere la vita



Riparare i danni

Martedì, 02 Dicembre 2014 00:00 Scritto da  Luciano Cercatore
Oggi ti parlerò di un viaggio di discesa e risalita nel mondo sotterraneo della mia infanzia.

Dopo la solita riunione di inizio settimana, incontro il boss nel corridoio. Mi guarda, sembra che mastichi veleno, e con il suo consueto eloquio, fitto e appuntito come le buone matite di una volta, mi invita a scrivere un pezzo (a suo dire) di denuncia, che (ne è certo) è proprio il taglio di giornalismo che fa per me (che squalo!) Dovrei andare al canile di Oscurania, nei panni di un cittadino desideroso di adottare un randagio, per poi raccontare ai lettori cosa accade.

Bene, dico, intanto un acino di dolore mi strozza la gola. Lo saluto un po' confuso… un canile. Sophie, con un entusiasmo animalista che ancora non conoscevo, mi fa il tifo porgendomi il caffè: il giornalismo di contestazione è proprio il mio, perché i canili sono uno scandalo urbano, eccetera eccetera… esco dal bar, cammino macinando pensieri, ascolto rimbombare le suole sulle grate di ferro di uffici sotterranei. Ed ecco affiorare un’immagine… ora ricordo.

Avevo 6 anni. Quel giorno tornavo da scuola, dove avevo assistito all’intervento di un’associazione animalista. Ci avevano raccontato che gli infelici ospiti di un canile in un paese vicino versavano in condizioni estreme, abbandonati dai padroni per stupidi motivi o per andare in vacanza. Toccato nel profondo, con gli occhi lucidi chiedo a mia madre, come era stato raccomandato a noi bambini, di fare una piccola donazione al canile per salvare almeno uno di quei cani.

Mia madre non dà importanza alle mie parole, mi ridicolizza, mi dice di non fare storie, che mi sono fatto abbindolare, mi deride: “Sei un credulone e noi non daremo neanche un centesimo!” Piango dense lacrime acide nella mia stanza. Per anni l’espressione "quella volta del canile" nella mia famiglia avrebbe significato ingenua credulità.

Quella volta è morto un frammento della mia anima bambina, insieme alla compassione essenziale che conteneva.

Dopo non sono stato più lo stesso, me ne accorgo adesso, mentre cammino per la strada, indossando vestiti da adulto. Ora, ogni volta che propongo qualcosa che non viene preso in considerazione, torno a soffrire, sentendomi svalutato. Basta una frase sbagliata per segnare un solco.

Prendo una decisione, voglio restituire dignità al bambino che voleva aiutare i cani.

Mi fermo e chiamo mia madre. Mi risponde con voce allegra. Le dico che oggi ha l'occasione di riparare ad un torto. Le chiedo se si ricorda di quella volta del canile. Lei ancora minimizza, dice ironica che non era così importante. Le dico che per me invece era molto importante e che quella volta ho sofferto molto, le dico che quando un bambino si sente solo, ferito, umiliato, nella sua anima si crea uno strappo. Adesso bisogna ripararlo. Non le faccio sconti.

Per lei oggi si dischiude una possibilità: un minuscolo, ma vitale gesto riparatore, chiedere scusa a quel bambino. Mi chiede scusa. In quel preciso istante sento che una piccola camera nella mia casa interiore sta prendendo aria.

Sono a casa, compio ancora un ultimo gesto: cerco su internet il sito di quel canile, eccolo, esiste ancora, invio una donazione per conto del piccolo me stesso. Respiro decisamente meglio.

Difendere quel bambino, restituire dignità ai suoi desideri, ad ognuno dei suoi sogni, aiutarlo a realizzarli, significa riportarlo alla vita.

Luciano Cercatore
Ultima modifica il Sabato, 21 Maggio 2016 18:32
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