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Esiste un luogo spesso a noi sconosciuto e inesplorato, dal quale cerchiamo di tenerci lontani: la nostra interiorità. Le occasioni per distanziarsi sono molteplici, il mondo sembra fatto apposta per attrarre verso oggetti e attività fuori di noi. Cosa accade quando varchiamo quella soglia?
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Alcune testimonianze scelte di due esseri umani fuori dal comune, che ci parlano del loro approccio alla fase finale dell’esistenza. Il pensiero diviene atto del cuore e il simbolo ci richiama verso luoghi celesti che ci somigliano.
Miguel Serrano, diplomatico e studioso cileno[1] volle conoscere Hesse e Jung che, già in età avanzata all’epoca del loro incontro, vivevano in Svizzera non molto distanti. Quelli che seguono in corsivo sono brani tratti da Il cerchio ermetico[2] e la ragione di rendere partecipe il nostro lettore di questo scritto straordinario è che si tratta in effetti di un testo non molto conosciuto e non facile da rinvenire. Pubblicato per la prima volta nel 1966, fu tradotto nel 1976.
Sono gli ultimi bagliori di due vite così diverse, seppur straordinarie, che potrebbero suggerirci riflessioni sull’ultima parte della vita. Cos’è questo Cerchio Ermetico? Lo vedremo poi accennato, ma non spiegato, da Hesse e da Jung. Una specie di appartenenza esoterica da ambedue i personaggi appena adombrata. Ai nostri lettori la loro interpretazione!
L’incontro con Hesse
1951
“… ebbi l’impressione che Hesse avesse un’età indefinibile… il suo sorriso era quello di un ragazzo e il suo corpo appariva così spiritualmente disciplinato da sembrare una lama di fine acciaio rivestita di bianco lino”. Serrano interessato a certi argomenti prosegue: “Mi dica”, chiesi, “è riuscito a trovare la pace qui tra le montagne?”. Hesse rimase silenzioso e infine disse: “Quando si è vicini alla natura si può udire la voce di Dio”.
In occasione di un’altra visita all’anziano scrittore, gli pose la seguente domanda rispetto alla simbolica: “Sono appena arrivato da Locarno dove ho visto il professor Jung. Anche lui è affascinato dai simboli, li interpreta, li analizza”. Hesse replicò: “Io penso che abbia ragione nell’interpretare i simboli. Egli è un’immensa montagna, un genio straordinario… Quando gli farà visita la prossima volta gli porti i saluti del Lupo della Steppa…” (Ndr opera di Hesse). Aggiunsi: “Ho chiesto a Jung di darmi un’immagine del Sé, ed egli ha detto che l’uomo occidentale considera Cristo come Sé”. Hesse si fece subito serio e rimase silenzioso.
La signora Hesse ci invitò ad andare in soggiorno. In tavola c’era vino rosso del Ticino e io e Hesse facemmo un brindisi. “Per quale motivo sono qui?”, domandai scandendo le parole molto lentamente. Hesse rimase silenzioso, quindi disse: “Nulla accade mai per caso; qui arrivano soltanto gli ospiti giusti. Questo è il Cerchio Ermetico…”.
Interrogato alfine da Serrano sul fine vita Hesse aggiunse: “… si può non avere bisogno di religione giacché con la fantasia si può comprendere che l’uomo dopo la morte viene reincorporato nell’Universo. Non è importante sapere se esiste qualcosa oltre questa vita. Quello che conta è aver fatto il giusto tipo di lavoro, se quello è giusto allora anche tutto il resto sarà giusto. L’Universo o la Natura è per me quello che Dio è per gli altri”.
[1] Miguel Serrano (1917-2009) fu un personaggio molto discusso per le sue tendenze antisemite e simpatie con il nazismo. Ciò non trapela dalle citazioni da noi riportate, né nel testo citato in nota 2.
[2] Serrano M., Il cerchio ermetico, Astrolabio, 1976, Roma.
L’incontro con Jung
1959
“… mi ritrovai nell’ampio salone dell’Hotel, in attesa di incontrare Jung. Lo riconobbi immediatamente: era alto ma un poco curvo, con radi capelli bianchi e la pipa nella mano… Dopo una lunga conversazione che verteva sulle modalità del pensare delle diverse culture (Serrano era diplomatico in India), mi rispose sollecitato dal ricordo di Ochwiay Biano, capo degli indiani Pueblo che aveva incontrato in uno dei suoi viaggi. La sua impressione sugli uomini bianchi era che fossero continuamente eccitati, sempre alla ricerca di qualcosa e che per questo i loro visi erano perennemente aggrottati, ciò che egli considerava eterna inquietudine. Il gran capo pueblo riteneva che i bianchi fossero pazzi perché sostenevano di pensare con le loro teste...”.
“Questa asserzione mi sorprese a tal punto che gli chiesi come egli pensava. Rispose che naturalmente egli pensava con il suo cuore”.
Nel prosieguo della conversazione, Serrano chiese al dottor Jung se potesse definire il suo concetto del Sé, e che cosa egli credeva fosse il centro reale della personalità.
“Il Sé, disse Jung, è un cerchio il cui centro è ovunque e la cui circonferenza in nessun luogo”. Il dottor Jung pronunziò questa frase in latino.
“E sa Lei cos’è il Sé per l’uomo occidentale? È Cristo, perché Cristo è l’archetipo dell’eroe che rappresenta la più alta aspirazione dell’uomo. Tutto questo è molto misterioso e a volte mette spavento”. Poi rimase in silenzio e mi disse arrivederci.
5 maggio 1959
Serrano cercò un altro incontro con Jung salendo fino a Kusnacht. All’ingresso, lesse l’iscrizione “Vocatus atque non vocatus deus aderit” (“Chiamato o non chiamato, Dio è presente”).
Aniela Jaffé (allieva e segretaria del professore) gli comunicò che Jung non stava bene e che sarebbe andata a chiedergli se acconsentisse a vederlo. Con grande gioia da parte di Serrano, l’anziano psicoanalista accettò. Nel corso della conversazione il Professore così si espresse:
“… l’unica cosa che conta è seguire la natura. Una tigre dovrebbe essere una tigre, un albero un buon albero. Allo stesso modo un uomo dovrebbe essere un uomo. Ma per sapere che cos’è l’uomo, si deve seguire la natura, e forse procedere da soli.
… niente è possibile senza amore, neanche il processo dell’alchimia, poiché l’amore pone l’individuo nello stato d’animo di rischiare il massimo senza eludere le cose importanti”.
Jung allora mostrò a Serrano un quadro con al centro un fiore, simile a un quadrifoglio, e sopra di esso erano disegnati un re e una regina che celebravano le nozze mistiche, le mani congiunte attorno al fuoco. Sullo sfondo delle torri. Erano di una sua paziente con la quale aveva condotto un processo di individuazione durato dieci anni.
“Il processo delle nozze mistiche comprende vari stadi ed è esposto a innumerevoli rischi. Questa unione è infatti un processo di reciproca individuazione…”. Jung proseguì come parlando a sé stesso: “In qualche luogo c’era una volta un Fiore, una Pietra, un Cristallo, una Regina, un Re, un Palazzo, un Amante e la sua Amata e questo accadeva molto tempo fa, in un’isola nell’oceano, cinquemila anni fa… Questo è l’Amore, il Fiore Mistico dell’Anima. Questo è il Centro, il Sé…”. Jung parlava come se fosse in trance.
Compresi che il colloquio era finito. Gli mostrai alcuni disegni di Hesse e il professore continuò: “Ho incontrato Hesse: il suo amico lavorò con me per un certo tempo, ma non è riuscito a proseguire fino alla fine. La via è molto difficile…”.
Il 14 settembre del 1960, pochi mesi prima di lasciare il corpo, Jung scrisse una lunga ultima lettera a Serrano confidandosi come segue:
“… ho tentato di trovare la migliore verità e la luce più chiara che potessi ottenere, e poiché ho raggiunto il mio punto più alto e non posso trascendere ulteriormente, rimango a guardia della mia luce e del mio tesoro, perché nessuno se ne impossessi ed io stesso avendolo perduto, non sia malamente, e forse irrimediabilmente, ferito. Esso è estremamente prezioso non soltanto per me, ma soprattutto per l’oscurità del creatore, che ha bisogno dell’uomo per illuminare la sua creazione. Se Dio avesse previsto il suo mondo, questo sarebbe stato una pura macchina priva di senso e l’esistenza di Dio una inutile bizzarria. Il mio intelletto può contemplare l’ultima possibilità, ma la totalità del mio essere dice NO a questo.”
Nel 1961 Serrano narra di averlo incontrato ancora: parlò del Cerchio Ermetico.
Jung sorrise lievemente e disse:“È vero, lo spirito attrae lo spirito. Soltanto quelli che sono appropriati vengono…”. Allora si piegò in avanti e mi guardò fisso negli occhi. Nelle ombre della sera inoltrata il suo corpo sembrò divenire sempre più grande ed ebbi l’impressione di trovarmi davanti ad una incarnazione di Abraxas.[3]
[3] Abraxas è il nome di un'entità gnostica, spesso associata alla mediazione tra il mondo umano e le forze divine. Viene anche descritto come un essere umanoide con caratteristiche di creatura mitologica.
Alcune riflessioni
Abbiamo letto insieme, con chi ne è stato testimone, uno squarcio dei bagliori della parte finale della vita di due grandi esseri.
Quest’ultima fase dell’esistenza è di capitale importanza per ognuno di noi. Essa, se adeguatamente preparata, è carica di insegnamenti preziosi. In quei due vecchi saggi, l’età che avanza sembra portarli sempre più vicini alla loro verità personale che forse, durante la vita, avevano evitato di rendere esplicita, per svariate ragioni. Hesse, da artista e uomo con una sua speciale spiritualità, svela alcuni segreti di sé negli incontri con Serrano, e Jung fa allusioni precise al proprio credo di alchemico e gnostico che tanto poco sarebbe piaciuto e ancora poco piace ai suoi seguaci ed emuli.
Possiamo trarne spunti utili per noi stessi? Crediamo di sì. Si tratta di prepararsi a quel periodo della vita portando la nostra attenzione su ciò che stiamo vivendo ora, ma anche orientando lo sguardo su un altrove di cui non abbiamo certezza alcuna…
Parlando di vita, necessariamente parliamo di quella felicità che da sempre ognuno di noi desidera e cerca: ed ecco quella fretta, quell’inquietudine che forse ci attanaglia e che magistralmente farà scrivere a Fitzgerald: “Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato”.[4]
Lo sforzo tutto e solo umano di perseguire la felicità e/o quell’altrove, potrebbe considerarsi vano perché un essere apparentemente finito sembra non potersi procurare l’infinito: a meno che, per quanto riguarda quel misterioso altrove, egli non abbia a sua disposizione alcuni mezzi con cui avrà provato a cimentarsi prima della dipartita. Il pensiero gnostico ci parla dell’individuo come di un essere abitato da una scintilla divina che può ardere se adeguatamente nutrita.
Ma vediamo. Molte filosofie puntano all’estinzione del desiderio come via per una felicità duratura: secondo queste teorie ci procuriamo noi stessi il dolore della mancanza, desiderando ciò che comunque non potrà soddisfarci. Potrebbe il desiderio essere considerato un senso di vuoto creato dalla coscienza per gestire in qualche modo la paura della morte?
Luzi ci risponde:[5]
Di che è mancanza questa mancanza,
cuore,
che a un tratto ne sei pieno?
Di che?
Rotta la diga
T’inonda e ti sommerge
La piena della tua indigenza…
Viene, forse viene da oltre te un richiamo
Che ora
Perché agonizzi non ascolti”.
Ci viene una riflessione: siamo forse più impegnati a non morire invece che a vivere?
Infinita assenza o infinita mancanza? Agostino scrive: “Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto fino a quando non riposa in te”.[6]
Per lui sembra che sia l’inquietudine a portare alla felicità perché l’insoddisfazione mai placata dalle cose del mondo, che sono corruttibili e passeranno (come ci ripetono i Vangeli gnostici e canonici), non è un’infinita assenza ma un’infinita mancanza. Forse il sentimento di mancanza può essere considerato la traccia della presenza di un Amore. Un Amore che ci vuole far tornare a uno stato di pienezza già assaporato, ma che ci è sfuggito di mano? E perché lo sento come assente? Cosa scricchiola così tanto in me da farmi scambiare assenza e mancanza?
Per come la penso, l’assenza è un vuoto assoluto mentre la mancanza potrebbe essere un continuo invito a evolvere per tornare a quello stato di incorruttibilità dal quale forse proveniamo...
Quando non sento Dio, penso: è partito e tornerà, ma ora è presente in me con i suoi doni, tocca a me. Pensiero infantile? Forse…
Mi consola E. Hillesum che dal campo in cui è rinchiusa scrive:
“Una cosa diventa sempre più evidente per me e cioè che Tu non puoi aiutare noi ma che siamo noi a dover aiutare Te e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio”.[7]
Possiamo dire che spesso viviamo in uno stato di mancanza che è una chiamata all’amore infinito?
Chi scrive se lo chiede ma non afferma niente.
Maria Maddalena piange[8] quando viene attaccata da alcuni apostoli, perché donna e depositaria di una verità che essi negano solo lei possa conoscere. Queste lacrime ci orientano a integrare il nostro dolore e il nostro senso di mancanza e ci fanno intuire che nelle nostre ferite più profonde si cela la Luce. È possibile non smarrire tale speranza che a momenti pare diventare certezza, in altri scompare e ci lascia nel buio? Certezza, dubbio… Il dubbio rimarrà sempre. Quel dubbio che per Agostino è un passaggio obbligato per raggiungere la verità. Ricordando il pensiero socratico: il dubbio stesso è l’espressione della verità. Non potremmo dubitare se non esistesse una verità in grado di sottrarsi al dubbio.
La verità, di conseguenza, non può essere di per sé conosciuta. La prova della sua esistenza risiede nella capacità di mettere in dubbio quanto appare vero ma che, invece, è solo illusorio. La verità e Dio, ci dice la Gnosi, sono inconoscibili.
La mia mente non può andare oltre: sento ancora quella voce che sussurra: non smarrire mai la speranza! Se questo fosse davvero così, quel giorno, su quell’ultimo letto, ricordiamoci di abbandonarci e di aprire le mani per accogliere… Troppe volte, invece, ho visto le mani di chi vi è giunto stringersi in un pugno.
[4] Fitzgerald F.S, The great Gatsby, Max Perskin, 1950, NY.
[5] Luzi M., Sotto specie umana, Garzanti Editore, Milano.
[6] Agostino di Ippona, Le confessioni, Feltrinelli, Milano.
[7] Hillesum E., Diario, Feltrinelli, Milano.
[8] Vangelo di Maria, Moraldi, pag. 26, Adelphi Ed, 1076.
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- Scritto da GIOVANNI MARIA QUINTI
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Nella prospettiva gnostica, il corpo e il desiderio sono potenziali vie di trascendenza. Lungi dall’essere considerato un ostacolo alla crescita spirituale, il corpo e le esperienze che esso permette all’individuo rappresentano una realtà da esplorare e integrare.
Gli aforismi presentati in questo articolo offrono uno sguardo critico, talvolta provocatorio, sulla complessità della sessualità umana. Non descrivono le posizioni della nostra Associazione, né hanno la pretesa di fornire verità assolute. Al contrario, il tono deciso e l'apparente categoricità servono a stimolare il dibattito e a provocare reazioni nei lettori. L'obiettivo è di suscitare riflessioni profonde, sfidare le certezze e spingere il pubblico a confrontarsi con i propri preconcetti.
Lungi dal proporre risposte esaustive, questi aforismi sono concepiti come scintille: brevi ma potenti impulsi destinati a generare discussioni e a mettere in moto processi di pensiero critico. Alcuni potrebbero essere considerati banali, altri eccessivamente criptici. Le frasi, spesso volutamente complesse o ambigue, esigono una rilettura attenta, inducendo il lettore a interrogarsi e a confrontarsi con l'apparente paradosso di alcune affermazioni.
Questa complessità non deve essere interpretata come un ostacolo, bensì come un invito a superare la superficie del linguaggio, esplorando i significati nascosti e mettendo in luce le contraddizioni che caratterizzano l’esperienza sessuale umana.
Alcuni termini o concetti potrebbero richiedere un approfondimento per essere pienamente compresi (ad esempio, l’aforisma 16 che fa riferimento alla teoria dell’attaccamento di Bowlby, o il numero 11 che riprende i concetti freudiani di genitalità e libido). Invitiamo il lettore a cogliere questa opportunità per esplorare nuovi significati, accogliendo la sfida di confrontarsi con idee meno familiari e ampliando così il proprio orizzonte interpretativo.
Sebbene i 23 aforismi esplorino diversi aspetti della sessualità, molti temi centrali rimangono fuori. Siamo consapevoli della vastità dell’argomento e il nostro obiettivo è quello di avviare un confronto introduttivo su tematiche complesse di cui, a volte, non è facile parlare.
La scelta di trattare la sessualità all'interno di una rivista gnostica potrebbe sembrare insolita, ma è perfettamente in linea con l'approccio spirituale che seguiamo. Lo gnosticismo si distingue dall'ortodossia tradizionale non solo per l'enfasi sull'esperienza diretta della conoscenza (gnosi), ma anche per la sua visione del corpo e del desiderio come potenziali vie di trascendenza. Mentre la tradizione ortodossa privilegia l'ascesi e la rinuncia come strumenti di santificazione, la prospettiva gnostica invita a considerare il corpo e la sessualità come veicoli attraverso cui si può attingere a una comprensione più profonda di sé e del divino. In questa visione, il corpo non è semplicemente un peso o un ostacolo alla crescita spirituale, bensì una realtà da integrare e da esplorare.
Così, l'intento di questi aforismi non è solo quello di indagare le contraddizioni e i paradossi della vita sessuale, ma anche di proporre una via che porti il lettore a riflettere su come la ricerca della conoscenza passi inevitabilmente anche attraverso la comprensione del desiderio e del piacere.
Quando questi aforismi saranno letti e discussi in gruppo, ogni partecipante avrà la possibilità di esprimere il proprio punto di vista e confrontarsi con le opinioni altrui. Non sono previste domande, come accade abitualmente con gli altri artipiedicoli della nostra rivista, in quanto al termine della lettura di ogni aforisma ci si potrà fermare per comprenderne, discuterne o criticarne il contenuto. Il dibattito che ne scaturirà non è inteso come un'esercitazione teorica fine a sé stessa, ma come un'opportunità per misurarsi con le proprie convinzioni e quelle degli altri.
Buona lettura.
- L'amore e il sesso non sono la stessa cosa. Una coppia può amarsi profondamente e non nutrire nessun desiderio o appetito sessuale verso l'altro. O, viceversa, è possibile sperimentare una grande intimità sessuale senza nutrire alcun tipo di sentimento amoroso.
- La sessualità è una dimensione profondamente privata. Spingere qualcuno a esporre forzatamente ciò che appartiene alla sua intimità è una forma di violenza sottile, da rifiutare con la stessa fermezza riservata a qualsiasi altra intrusione.
- Né il sesso, né il celibato sono scale per l'elevazione dell'anima. A volte la rinuncia monastica, da scelta coraggiosa, diventa rifugio: un modo elegante per sfuggire alla vertigine del piacere e alla sfida dell’abbandono. O forse - verità più semplice e meno nobile - solo l'espressione di un appetito scarso.
- Il tradimento non abita nel corpo, ma nella promessa infranta. Se due amanti decidono di condividere la propria sessualità con altre persone, insieme o separatamente, nessuno dovrebbe sentirsi in diritto di criticare o condannare quel modello relazionale. La vera infedeltà accade quando si rimane in una relazione in cui il partner richiede esclusività (esercitando il suo diritto a farlo) e lo si inganna, promettendogli cose che non si vuole o non si è in grado di offrire.
- Nel teatro della sessualità si intrecciano due forze invisibili: la cultura che riempie il corpo di significati imposti, di colpe, punizioni e aspettative di ruolo (la forza del fallo o l’accoglienza della vagina), e la natura che pulsa al di sotto guidando il desiderio, il piacere delle spinte aggressivo-affettive e la propria identità orgasmica. Distinguere queste due forze non è facile, ma è il primo passo per conoscere tale identità che per alcuni rimane un mistero durante tutto l’arco di vita.
- Il sesso, come lo sport, il cibo, lo shopping o le attività ludiche sono, a volte, uno strumento di fuga compensatoria da tensioni dilanianti, ma invisibili alla coscienza. Quando il sesso diventa l'unico canale di scaricamento, si trasforma in una dipendenza. Le dinamiche sottostanti a ciò, per il loro carattere minaccioso, mettono in pericolo l'integrità dell'Io, rendendo tale dipendenza una fuga indispensabile.
- Da millenni, in Occidente, il sesso è stato strumento di controllo: peccato o virtù, libertà o perdizione, sempre al servizio di un'ideologia. Oggi cambia la forma ma non la sostanza: nuove morali sostituiscono le antiche, mentre il corpo resta campo di battaglia politica.
- Non esistono solo l’eterosessualità, l’omosessualità o la bisessualità. Esistono altre e poco conosciute dimensioni che sfuggono al semplicismo di questa classificazione. Ma l’atto più criticabile è il non rendersi conto del bisogno che soggiace a tale riduzionismo della complessità: quando una funzione secondaria (come la sessualità) diventa identitaria, l’Io ha inconsapevolmente costruito un’abile via di fuga dal conflitto esercitato dal bisogno di autodefinizione e l’indomita volubilità che lo abita.
- Il desiderio sessuale varia da persona a persona. Alcuni non provano mai, o quasi mai, il bisogno di avere rapporti, e questo non è un segno di evoluzione, santità o rinuncia, né necessariamente una patologia. In alcuni casi è semplicemente una caratteristica della personalità di cui solo va preso nota.
- All'interno dello psichismo individuale esistono forze autolesive che possono assumere diverse forme: come l'eccesso alimentare può diventare un modo di ferirsi, anche la sessualità può fungere da canale per l’autosabotaggio. Né il sesso, né il cibo sono la causa di ciò: sono solo i canali attraverso cui scorre il fiume sotterraneo del disagio.
- L'energia libidica può concentrarsi su specifiche parti del corpo: sentirsi attratti verso mani, piedi o petto non significa immaturità sessuale. Forse è il momento di mettere in discussione l'idea che la genitalità rappresenti un traguardo. Questa visione rischia di influenzare lo sviluppo di una persona, imponendo un percorso 'ideale' che può generare stagnazione anziché integrazione, vincolando l'Io a una staticità che si desidera invece trascendere.
- Affermare che nella sessualità tutto sia lecito è un'aberrazione del pensiero, il grido di un Io non integrato. Esistono confini invalicabili, fondamenti etici non negoziabili: la pedofilia e la violenza come negazione dell'altro sono linee che separano l'accettabile dall'inaccettabile. Questi limiti non sono catene, ma fari cmahe illuminano il cammino dell'evoluzione umana.
- La pornografia è specchio duplice: supporto immaginativo individuale e al contempo riflesso della violenza che alberga nell’anima del mondo. L'accesso indiscriminato dell'infanzia a questi contenuti e il silenzio legislativo che lo permette, rivelano una società che ha rimosso il concetto stesso di fragilità evolutiva, sacrificando lo sviluppo psichico del singolo sull'altare della maggioranza.
- Così come per la femmina esistono diversi tipi di orgasmo (dal clitorideo al vaginale), lo stesso vale per il maschio, sebbene la cultura dominante, con il suo potere paralizzante, tenda a impedirgli queste esplorazioni. La difficoltà nell’arricchirsi di tale ricchezza orgasmica non rivela solo un limite nella conoscenza del corpo, ma il potere di tabù che confinano il piacere in schemi rigidi. E qui si svela una verità più profonda: questi limiti esistono perché minacciano le fondamenta stesse dell'identità di genere.
- Il sesso racchiude una dimensione ludica che, per molti, rimane un territorio impervio di crescita. Vergogna, incapacità comunicativa e l’horror vacui dell’identità spesso soffocano il potenziale esplorativo del gioco. Quando i partner riescono a incontrarsi in questo spazio e a giocare rispettosamente con la propria creatività, dovrebbero riconoscere l'eccezionale valore della loro connessione: un raro trionfo sull'ordinario e una vera eccezione alla regola.
- La sessualità è solo una delle innumerevoli sfaccettature dell'Io, non il suo cuore pulsante. È l'attaccamento che plasma l'esperienza sessuale, non il contrario. L'idea che attraverso il sesso si possa conoscere profondamente l'altro è un'eredità biblica che confonde il verbo 'conoscere' con l'atto sessuale. Paradossalmente, il sesso può essere più velo che rivelazione, più maschera che volto.
- Definire 'perversioni' i modelli fissi e immutabili di raggiungimento orgasmico è un errore concettuale che potrebbe ostacolare l'indispensabile libertà del flusso libidico. La patologizzazione dei comportamenti sessuali umani richiede grande cautela: l'Ombra si cristallizza su ciò che la coscienza condanna, persino con le migliori intenzioni. Le etichette possono rafforzare i confini che si vorrebbero dissolvere. Purtroppo, però, esistono zone d'ombra dove il rischio della patologizzazione va affrontato, come nel caso della pedofilia, dell'erotizzazione del sopruso e della violenza sessuale.
- Quando l’Io si identifica con enunciati insultanti relativi alla dimensione sessuale e reclama il rispetto e la dignità di tali etichette, lo farà con la stessa rabbia dell’aggressore e manifesterà l’implicito bisogno identitario di tornare a vedersi emarginato. In tali casi i suoi comportamenti avranno un carattere di provocazione. Essi non devono essere considerati ribellioni, ma invocazioni di un rifiuto che dà forma a un’identità in bilico tra crescita reale e bisogno di rimanere intrappolati in una identità negativa, ma conosciuta.
- La società contemporanea necessita di spazi sacri dove sia possibile confrontarsi sulle proprie vulnerabilità sessuali, senza il peso del giudizio. Luoghi dove regni la consapevolezza e non esistono gerarchie del piacere, in cui non ci sono vette da scalare ma solo sentieri personali da esplorare. Spazi dove l'unica verità sia l'accettazione della propria – irripetibile – unicità.
- La masturbazione è un capitolo naturale della nostra storia sessuale. Diventa un nodo da sciogliere quando resta l'unica pagina che sappiamo leggere, quando porta le cicatrici di un passato che non abbiamo scelto, quando diventa l'eco di un tempo che non vuole passare. E soprattutto quando il piacere svanisce, lasciando solo il sapore amaro del rimpianto.
- La sessualità di ciascuno è come un'impronta digitale: unica e irripetibile. Elevare un modo di viverla a norma universale significa condannare chi non vi si riconosce a un esilio interiore, dove fioriscono autosabotaggio e suggestioni dolorose. Spesso, chi grida più forte contro la diversità sta solo cercando di soffocare l'eco delle proprie ombre interiori.
- Alcuni cercano nelle sostanze stupefacenti un ponte verso le proprie forze libidiche nascoste. L'alterazione diventa porta d'accesso a ciò che la coscienza respinge, come se il desiderio potesse fluire solo quando l'identità quotidiana si dissolve. Forse la vera libertà sta nell'accettare i propri impulsi, senza dover prima annegare la coscienza che li teme.
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Uno dei problemi più frequenti nella sessualità è l'incapacità di unire la linea dell'aggressività con quella della tenerezza. Spesso, ciò che viene vissuto con passione e desiderio non si intreccia con l’affettività e l'empatia, ma segue percorsi separati. Questo scollamento porta a relazioni parziali: l'affetto cerca sicurezza e continuità, mentre l'aggressività si esprime altrove, esplorando segretamente nuove esperienze. Il risultato è una scissione in cui l'Io cerca di colmare il vuoto, senza riuscire a integrare queste due dimensioni. Per alcuni, questa rimane la sfida personale più rilevante, ma anche meno riconosciuta e confessata.
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