ruoli e socialità
Continuiamo in questo numero a gettare delle basi di conoscenza e riflessione sulle quali poter poi osservare quelle nostre caratteristiche che rendono il “noi” un luogo difficile da vivere. I presupposti toccano il cuore e recano tristezza, per il potere che hanno di arrecarci chiusura e sofferenza. Perché da adulti diventiamo convinti di “essere” fatti in un certo modo, di avere certe incapacità o limitazioni e diciamo “sono fatto così, sono nato così” e questo disegna e perpetua il nostro destino. La realtà soggettiva diventa oggettiva e creiamo una serie di giustificazioni agli eventi che ci fanno soffrire. Siamo inconsapevoli del fatto che ciò che eravamo in origine era qualcosa di molto diverso da ciò che siamo diventati e crediamo di essere. Questo fenomeno si chiama “identificazione con le ferite e con il ruolo costruito”. Questa è una legge psicologica: io sono ciò in cui mi identifico. L’auto-osservazione è lo strumento indispensabile per iniziare a disidentificarmi dalle false convinzioni e testare che “io non sono ciò che osservo, proprio perché lo posso osservare”. 
Facciamo una lunga lista di ruoli che puoi riconoscere in te o arricchire con la tua esperienza personale: il salvatore, il protettore, il ribelle, il sacrificato, il responsabile, l’indemoniato, il comprensivo, l’intelligente, il buono, il bugiardo, l’angelo, l’aggressivo, lo studioso, l’egoista, il ladro, il buffone, lo stupido, il pazzo... della famiglia. Positive o negative all’apparenza, sono caratteristiche che ci hanno ingabbiato nel mantenimento di un’identità assegnata e che ci impediscono di esplorare nuovi modi di essere. Ci bloccano nel poterci muovere lungo linee di opposti che hanno sempre una ragione di esistere e un giusto contesto in cui esprimersi. Spesso queste caratteristiche, assegnate in seno alla famiglia d’origine, sono il frutto delle proiezioni inconsce di chi ce l’ha attribuite oppure di aspettative su di noi. Tali basi di ruolo diventano nella vita delle “profezie che si auto-avverano”, perché siamo noi che iniziamo a guardarci in quel modo e a comportarci per negare o confermare agli altri ciò che “crediamo” di essere. Qui nasce la falsa personalità, che riteniamo erroneamente “il nostro vero me stesso”.
La conoscenza dei meccanismi psico-fisici che ci governano e la riflessione sui fattori che li hanno generati sono importantissime. Ci aiutano a dotare di un senso gli atteggiamenti che abbiamo scelto di adottare nella vita, e a chiederci: “Se mentre crescevo non avessi avuto determinate esperienze, oggi sarei la stessa persona?”. “E se dei fattori tuttora influenzano la mia relazione con gli altri, e inizio a riconoscerli, posso fare qualcosa per cambiare? Per smettere di guardare il mondo con gli occhi del mio bambino ferito e del ruolo che finora ho rappresentato?”.