equità climatica
La crisi climatica è profondamente ingiusta, poiché colpisce i più vulnerabili, che di solito sono i meno responsabili della crisi stessa. I paesi del cosiddetto primo mondo, quello industrializzato, sono responsabili di questi cambiamenti e dei conseguenti impatti, talora devastanti. Bruciando combustibili fossili per produrre energia e mantenere un elevato stile di vita, spesso a favore di una porzione minoritaria della propria stessa popolazione, hanno condannato milioni di persone a danni irreparabili, già verificatisi o che si verificheranno nei prossimi decenni. È, in parte, una storia già vista, anche in tempi relativamente recenti, nel corso dei secoli, nella triste storia coloniale (e neo-coloniale) dei nostri paesi. Ma è una questione anche del tutto nuova. Per di più è una questione che coinvolge l’equità intergenerazionale: cosa stiamo lasciando in eredità ai nostri figli e nipoti?
Fatte queste premesse, è lecito attendersi che i paesi responsabili risarciscano le popolazioni più colpite? Come quantificare il danno dovuto? In che modo deve avvenire questo risarcimento? È giusto permettere ai paesi in via di sviluppo di seguire le stesse tecnologie che hanno generato la crisi? Sono tutte questioni che fanno parte della cosiddetta “transizione giusta” (just transition), e che vengono affrontate attualmente nelle politiche internazionali sulla mitigazione dei cambiamenti climatici, ma che non trovano tuttora risposte adeguate.
Tutti auspichiamo che il genere umano riesca a superare l’emergenza climatica, mettendo in atto politiche di drastica riduzione delle emissioni di gas serra ma anche di adattamento alle nuove condizioni climatiche. Meno auspicabile sarebbe se tali politiche si basassero sullo stesso sistema politico-economico attualmente in vigore, poiché ci troveremmo senz’altro a fronteggiare nuove situazioni di ingiustizia. Per esempio, in uno scenario decarbonizzato ma in cui il sistema climatico non abbia invertito la tendenza al riscaldamento, l’acqua potrebbe diventare un bene prezioso, molto più di quanto lo siano i combustibili fossili. Non è remoto ipotizzare sistemi di potere che mirino ad avere il monopolio sulle risorse idriche, con conseguente aumento dei prezzi e difficile accesso alla risorsa, fino a culminare, nella peggiore delle ipotesi, in conflitti armati, cioè in vere e proprie guerre per l’acqua. Stesso discorso si potrebbe fare per tutti quei materiali che sono indispensabili alle nuove tecnologie (es. impianti di energia rinnovabile, tecnologie digitali).
Ma parlare di ambiente non è mai solo parlare di ambiente: i cambiamenti climatici interagiscono con iniquità sociali già presenti. Le ingiustizie, i conflitti, la povertà, la debolezza dei governi, l’accesso negato o limitato alle risorse aumenta la vulnerabilità al rischio climatico e limita la capacità di adattamento.
Siamo in emergenza e vanno trovate in fretta soluzioni per fronteggiare la crisi climatica, ma non possiamo farlo senza considerare tutte le conseguenze sociali, economiche e politiche delle nostre scelte.

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