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Interessante anche cogliere il linguaggio quotidiano che viviamo attraverso il fisico: quando ci viene da tossire, starnutire, sbadigliare? Per alcune civiltà è un pezzo d’anima che si stacca, volendo raggiungere una nuova meta; oppure può essere insofferenza, soffocamento, disturbo non avvertito in una relazione? A volte sentiamo l’impellente bisogno di alzarci, di chiudere gli occhi un attimo; un improvviso prurito, una gamba che si muove ritmicamente, una sudorazione immotivata, un imbarazzante rossore: i sensi hanno avvertito qualcosa e lo segnalano, vigili come animali selvatici nella foresta.
Dobbiamo anche tenere in conto che non vi è una risposta che possa essere univoca, valida per tutti, per descrivere la relazione con il corpo. La tipologia studiata e proposta da Jung descrive otto modalità di funzionamento della coscienza: per alcuni le facoltà sensoriali e fisiche sono a portata di mano, determinanti e talora predominanti. I sensi sono allora estremamente sviluppati: odori, suoni, percezioni tattili diventano parte costitutiva dell’Io, che è sempre all’erta rispetto ai sintomi fisici. Per altri questa sfera rimane lontanissima, inconscia, legata all’anima: si tratta di persone che non si accorgono del clima, e che vivono le malattie in modo mitologico e non medico (e bisogna fare molta attenzione a non turbare questi equilibri, che costituiscono le coordinate del loro guaritore interno).
La dimensione del corpo parla della nostra incarnazione, che fatichiamo tanto ad accettare. Abbiamo davanti a noi l’esempio di un Dio che ha scelto di incarnarsi, di diventare un limitatissimo e audace essere umano. E, come ben sappiamo, una religione parla di ciò che manca alla sua civiltà, di ciò che è così difficile da compiere, tanto da diventare un’opera divina. Allora, forse, la chiave che può accostarci a questo mistero è la gentilezza, arte nobile e antica, con cui poter trattare la forma che abbiamo in questa esistenza, il nostro corpo e la sua grande, antica sapienza vitale.