La storia di Anéma ci conduce più vicini al dramma che migliaia di profughi si trovano a vivere. È come fermarsi, finalmente, e guardare dentro, senza poter seguire la tentazione automatica di sfuggire alle notizie “scomode”, quelle che ci fanno sentire che siamo tutti responsabili, così come siamo responsabili delle nostre parti interne sofferenti che risuonano con le ferite di Anéma e di chi, come lei, vive una guerra che purtroppo è sia interna che esterna.
Anéma è il suo nome ed è originaria della Repubblica Centrafricana. È fuggita dalla sua patria, dove si consumano massacri scatenati da ingenti interessi economici, occultati dietro pseudo-motivazioni religiose. Anéma ha affrontato una vera odissea per sottrarsi a tanto odio e violenza, costretta perfino a lasciare suo fratello e suo padre per sostenere un viaggio su un barcone (come fanno ormai molti profughi), pur di porsi in salvo, lontano dalla disperazione e dalla brutalità.
Durante il colloquio che si svolge in carcere (la giovane donna, in assenza di visto d’ingresso, aveva fornito false generalità a un pubblico ufficiale, che l’aveva fermata per identificarla, ed era scattato pure il reato d’immigrazione clandestina), Anéma, che sta per presentare un’istanza di protezione umanitaria, mi racconta la sua odissea: «Dopo che la coalizione dei gruppi armati chiamati Seleka (un’organizzazione militare di ispirazione islamica radicale, ndr) ha preso il potere nel 2013, ha iniziato a sradicare la memoria storica del paese, a combattere la cultura cristiana per imporre la sharia islamica. Ma è risaputo da tutti che questa apparente guerra religiosa è solo il paravento di enormi interessi economici, visto che nel nostro sottosuolo abbiamo petrolio, uranio, oro, diamanti. Insomma è, prevalentemente, una guerra per la spartizione di potere e di denaro».