Abbiamo fin qui parlato di quanto sia importante darsi una regola e di quanto sia difficile onorarla. Ora prendiamo in considerazione l’atteggiamento con cui si affrontano gli impegni e quindi analizziamo non tanto cosa si fa, quanto il come. Nell’intenzione di seguire certe norme, una domanda interessante potrebbe essere questa: lo sto facendo per crescere, per cooperare, per imparare, o per essere apprezzato? Quale parte di me sto servendo: quella che vuole sentirsi dire “brava” a qualsiasi costo, o quella che imparando esplicita tutta la propria bellezza e   gratuitamente si offre a sé stessa per imparare attraverso l’esperienza? 

Vale a dire che rispettare la disciplina come un soldatino impaurito, potrebbe essere, oltre che inutile, addirittura dannoso. Se, pur di accontentare ciò che viene richiesto, si è disposti a negare sé stessi tanto da cadere nel vittimismo, nella frustrazione o in un malinteso senso di appartenenza e protezione, allora non c’è crescita, ma permanenza in uno stato infantile da cui prima o poi potrebbe scatenarsi una reazione. Anche non rispettarla affatto adducendo scuse, mentendo a sé stessi e agli altri, magari vantando una supposta libertà, blocca la possibilità di capire cosa impedisca la qualità di discepolo, cioè di colui che vuole imparare. Rende arduo l’incontro con chi in noi sta boicottando l’impegno e il sapere quali siano i suoi bisogni, le sue paure. 

In entrambi i casi siamo lontani da noi stessi, disorientati, inconsapevoli. 

Nei due opposti atteggiamenti manca una disciplina sana, quella che gli antichi chiamavano Arte e che richiede due ingredienti essenziali: attenzione e cura. In una parola: amore. Amore non solo per l’oggetto della nostra intenzione, ma proprio per noi che siamo contemporaneamente l’artista e l’opera d’arte. 

Affinché ciò avvenga è necessario imparare a distinguere il padrone che stiamo servendo, poiché c’è volontà e volontà: una può essere al servizio della paura, l’altra dell’amore. 

Da una parte la cieca obbedienza, oppure la fuga ribelle, in uno statico adattamento a condizionamenti che affondano le radici nell’infanzia; dall’altra la visione sincera e accogliente di noi stessi, fiduciosa e dinamica grazie a quel desiderio nello stesso tempo propellente e frutto di ogni atto d’amore. Un desiderio che potremmo definire fede senza la quale ogni opera è vana ai fini della coscienza. A sostegno di tale tipo di fede vogliamo concludere citando lo psicoanalista Massimo Recalcati che nel suo libro La notte del Getsemani, a pagina 9 afferma che «la chiamata del desiderio -incarnata da Gesù- promette di liberare la vita dal peso sacrificale della Legge».

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