Bussano alla porta: «Avanti», entra un ragazzo con lo sguardo di ghiaccio, il viso duro e l'atteggiamento difensivo tipico di chi è cresciuto in quartieri a rischio. Irene riprende il rito: come ti chiami? da quanto tempo sei in carcere? quando è previsto il fine pena?
Salvatore è detenuto da tre anni e deve scontarne ancora cinque. Irene pensa: ecco qua, sarà spaccio di droga, rapina a mano armata o qualcosa del genere. Di nuovo la voce di prima le dice: «Smettila, non è affare tuo, fai il tuo lavoro!». «Mi sembri giovane, quanti anni hai?», gli chiede Irene. «Ho 28 anni», risponde il ragazzo. «Mio Dio! L'età dei miei nipoti!», pensa Irene. «Come ti trovi nel laboratorio? Stai imparando qualcosa? Pensi che è un lavoro che vuoi continuare a fare?». «Dottoressa io vengo a lavorare per non diventare pazzo e non fare cose di cui posso pentirmi. Lo faccio perché ho tre figli piccoli là fuori, e loro sono l'unica ragione per cui continuo a vivere, perché per me la mia vita non vale nulla»." 
»È una spada» - pensa Irene – sì, proprio una spada quella che sente trafiggerle il cuore. Sente la lama che entra e affonda fino alla schiena, mentre il sangue piano piano rallenta nelle sue vene. La testa comincia a girarle: come può un ragazzo così giovane dire che la sua vita non vale nulla? Come può una società che si dice civile permettere che si arrivi a tanto? 
Salvatore non si ferma e inizia a raccontarle la sua storia. È entrato in un giro di droga all'età di 16 anni e subito dopo, quando era già diventato un tossicodipendente, è stato assoldato dalla mafia per spacciare nel suo territorio. «Mi hanno messo subito la pistola in mano», dice, «durante una sparatoria sono stato anche rapito e torturato. Mio padre mi ha denunciato alla polizia per farmi arrestare, perché ha pensato che fosse l'unico modo per non farmi finire ammazzato». 

TI È PIACIUTO QUESTO ARTICOLO?


Ricevi gratuitamente ogni nuovo numero de Lo Sguardo Interiore direttamente nella tua email.

 

ISCRIVITI GRATIS