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L'automazione radicale e l'intelligenza artificiale introducono una frattura senza precedenti storici chiari. Per la prima volta, diventa concretamente pensabile un potere che non ha più bisogno dell'altro. Non per produrre, non per costruire e progressivamente neppure per pensare. Il centro della sovranità si sposta dal corpo umano al codice, dall'energia biologica all'infrastruttura tecnologica. E chi controlla il codice, controlla processi, flussi, decisioni, previsioni, ciò che è visibile e ciò che viene nascosto, ciò che viene ottimizzato e ciò che viene scartato.
In questo scenario, l'essere umano non scompare. Viene ricollocato. Non è più un soggetto necessario, ma una variabile da amministrare. Un costo da ottimizzare. Un insieme di dati. I robot-camerieri di Musk, se li si guarda con attenzione, non descrivono un mondo che include tutti in una vita migliore: descrivono un mondo che ha trovato il modo di funzionare senza la maggior parte delle persone. E quando il sistema non ha più bisogno di te, la tua esistenza non viene negata: viene semplicemente resa irrilevante. È una violenza che Hannah Arendt avrebbe riconosciuto: non passionale, non sadica, ma amministrativa, esercitata con la tranquillità di chi è convinto di agire razionalmente per il bene del sistema.
Il rischio più profondo non è la ribellione delle macchine. Quell'immaginario, per quanto suggestivo, è una proiezione evitante. Il pericolo non è mai stato lo strumento. È chi lo possiede. Dietro ogni algoritmo c'è una decisione umana e dietro ogni decisione c'è un interesse. L'intelligenza artificiale non ha intenzioni, non ha fame di potere, non odia. Ma chi la controlla è umano e la storia ci ha insegnato con una chiarezza brutale cosa fa il potere quando grandi masse di esseri umani diventano superflue. La Arendt stessa lo aveva visto: le "popolazioni superflue" del ventesimo secolo non sono state eliminate per odio, ma per calcolo. E il passaggio dalla gestione all'eliminazione non è mai stato un salto. È stato un gradiente: prima l'indifferenza, poi l'abbandono, poi il lasciar morire, poi l'organizzare il morire. Non serve nemmeno la volontà esplicita di distruggere. Basta smettere di proteggere e la gravità della storia fa il resto.
Sarebbe ingenuo pensare che un sistema capace di funzionare senza miliardi di persone sceglierà spontaneamente di mantenerle in vita e in dignità. Forse non ci saranno campi di sterminio, né decreti nazisti. Forse ci sarà solo un mondo che progressivamente smette di occuparsi di chi già non viene reputato indispensabile.
Ma il nodo più profondo non è neppure politico. È antropologico. Qui bisogna avere il coraggio di guardare sotto la superficie del discorso sull'efficienza.
La neuroscienza sociale ci ha mostrato negli ultimi decenni qualcosa che i poeti e i mistici intuivano da millenni: l'essere umano non è un'entità autonoma che occasionalmente entra in relazione. È un essere costitutivamente relazionale. I neuroni specchio, scoperti dal gruppo di Rizzolatti a Parma, rivelano che il nostro cervello è cablato per risuonare con l'altro: quando osserviamo qualcuno soffrire o gioire, le stesse aree si attivano nel nostro sistema nervoso come se l'esperienza fosse nostra. Le ricerche di Cacioppo sulla solitudine hanno dimostrato che l'isolamento sociale cronico produce nel corpo effetti infiammatori paragonabili a quelli del fumo. Non è una metafora: il corpo si ammala quando è privato della relazione, come una pianta si secca quando viene tolta dal suolo.
L'altro, dunque, non è un accessorio della vita umana. È una condizione della sua possibilità. E il limite che l'altro impone, la sua resistenza, il suo bisogno, la sua fragilità che chiede cura, non è un ostacolo alla nostra realizzazione. È la struttura stessa che rende possibile il senso. Il bambino impara a camminare non nel vuoto, ma incontrando il pavimento che resiste, il corpo che si stanca, la mano dell'adulto che non è sempre disponibile. Come osservava Bowlby, è proprio l'alternanza tra presenza e assenza della base sicura a costruire nel bambino la capacità di esplorare il mondo. Il dolore della caduta insegna la prudenza. La frustrazione dell'attesa insegna la pazienza. La resistenza dell'altro insegna che il mondo non è una proiezione dei propri desideri.
Il limite è la prima forza educativa dell'essere umano. Senza limite, la psiche non integra ciò che Jung chiamava l'ombra. La rimuove, la proietta, la nega. E un essere umano che non conosce la propria ombra non è un essere umano libero: è un essere umano pericoloso, perché agisce ciò che non è capace di vedere.
L'intelligenza artificiale, nella sua forma più radicale, promette un mondo senza limiti. Senza la fatica del corpo, senza l'errore che resiste, senza l'altro che mi limita con la sua semplice esistenza. Questa promessa viene presentata come liberazione. Però, c'è un paradosso che la retorica tecnologica non affronta mai: togliere il limite all'essere umano non sempre significa elevarlo. Come una pianta cresciuta senza vento, che sviluppa un fusto incapace di sostenersi, l'essere umano cresciuto senza attrito, senza la necessità vitale dell'altro, diventa fragile nel punto esatto in cui crede di essere onnipotente.