Un gesto (quasi) iniziatico
Cosa perdiamo quando smettiamo di leggere? Non si tratta solo di apprendere dei contenuti, è un’attività di trasformazione, una facoltà evolutiva che se non si allena, atrofizza. A differenza delle immagini che riceviamo passivamente, la lettura è un’esperienza interiore che amplia scenari e si arricchisce del nostro mondo interno.
C’è una cosa che mi capita spesso, ormai quasi ogni giorno. Parlo con persone intelligenti, curiose, magari anche molto sensibili. Eppure, quando il discorso cade sui libri, sento una specie di smottamento. Un lieve imbarazzo. Una frase che arriva sempre uguale, con piccole varianti: “Sì, mi piacerebbe… ma non ho tempo”. Oppure: “Io leggo solo quando sono in vacanza”. Oppure ancora: “Sai… dopo dieci righe mi distraggo”. Non lo dicono con orgoglio. Lo dicono come si confessa un limite. E in quel momento capisco che non stiamo parlando di un semplice “hobby che si è perso”. Stiamo parlando di qualcosa di più profondo: si sta rarefacendo una facoltà interiore.
Perché leggere, in realtà, non è un passatempo come un altro. È una pratica. È un allenamento. È una forma di nutrimento. E, se vogliamo dirla in modo ancora più netto, è una piccola via di ritorno a casa, nel tempo in cui tutto ci spinge fuori da noi stessi.
Viviamo immersi in un flusso che non dorme mai. Non serve nemmeno più la televisione: il mondo ci cammina in tasca nel nostro smartphone. Lo tocchi e lui ti risponde. Lo tocchi e lui ti distrae. Lo tocchi e lui ti seduce. E la cosa più curiosa è questa: spesso lo facciamo senza neppure volerlo.
Allora la domanda non è “perché leggere un libro?” come se fosse un dovere culturale.
La domanda è più semplice e più bruciante: che cosa perdiamo, quando smettiamo di leggere?
La domanda è più semplice e più bruciante: che cosa perdiamo, quando smettiamo di leggere?