La tristezza che si trasforma in oro
Un sentimento di appartenenza, una prova biologica che siamo creature nate per la relazione, per i legami affettivi... e quando un legame si spezza emerge una tristezza naturale, importantissima e indice della nostra umana bellezza e sensibilità.
Una donna si siede in un cerchio di persone che si riuniscono ogni settimana per un lavoro di osservazione interiore. Chiude gli occhi e, dopo qualche minuto, dice con voce incerta: «Sento tristezza… non mi sento bene». La frase sembra innocua, quasi ovvia. Eppure, contiene una trappola che merita di essere smontata pezzo per pezzo, perché in quelle parole si condensa un intero sistema culturale che ha trasformato un'emozione fondamentale in una malattia.
Sento tristezza, dunque non sto bene. Ma chi lo ha deciso? Da dove arriva quest'equazione automatica tra il sentire qualcosa di spiacevole e il funzionare male? I neurobiologi sanno che il circuito della tristezza è antico quanto la nostra specie. Jaak Panksepp, nelle sue ricerche pionieristiche sui sistemi emotivi del cervello, descrisse un sistema di separation-distress, denominato PANIC/GRIEF, che si attiva quando l'organismo sperimenta la perdita di un legame significativo. È lo stesso circuito che fa piangere un cucciolo separato dalla madre, lo stesso che fa ululare un lupo rimasto solo. La tristezza, in questo senso, non è un errore del sistema nervoso. È un segnale di appartenenza, una prova biologica che siamo creature fatte per il legame e che quando il legame si spezza, o non si è mai formato, qualcosa in noi lo registra con una precisione che nessuna volontà può cancellare.