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Il tutto accade silenziosamente, con una circolazione sottile che crea una profondità e un’intensità sperimentabile solo nel contesto-gruppo. Il vissuto, prima sentito solo come individuale, si espande, si rifrange negli specchi, diventa più visibile e consapevole al mittente. Alcuni si riconoscono, altri sperimentano gradi di differenze, tutti approfondiscono la propria autoconoscenza. Alcune convinzioni si attenuano, diluite nella diversità dello sguardo degli altri. Il senso di estraneità, dato dal sentirsi unici e diversi nel bagaglio della propria storia, sfuma in una presa di coscienza: «Non sono l’unico a essermi sentito così... anche altri hanno vissuto questo... il mio dolore lo sta provando anche l’altro...» e così via. Si attenua il senso di vergogna, perché altri stanno mettendo fuori ciò che io tengo nell’ombra... “allora si può fare!”.
Il “mettere fuori” nella condivisione provoca diversi effetti: vedo meglio qualcosa che prima non mi era tanto chiaro; lo separo da me e quindi mi ci identifico meno, perché “ciò che è separabile, non mi appartiene”. Ancora: alleggerisco l’ombra portandone fuori una porzione verso la luce che chiarifica e trasmuta; la tensione fisica, che prima teneva quel qualcosa occulto, inizia a sciogliersi; mi rilasso, perché l’auto-giudizio si attenua, “gli altri mi stanno ascoltando e accettando, posso ascoltarmi e accettarmi anch’io”.
In un gruppo, abbiamo la possibilità di essere visti da una molteplicità di prospettive. Questo all’inizio può essere destabilizzante, perché l’immagine che abbiamo di noi stessi sente un pericolo nella sua stabilità e nel suo riconoscimento. Ma nel tempo si rivela una risorsa potente: ogni persona può cogliere di noi aspetti diversi e questa pluralità ci permette di vedere parti di noi che altrimenti rimarrebbero invisibili. L’identità e la personalità costruita diventano meno rigide, ci apriamo a nuove possibilità e iniziamo ad allentare meccanismi di difesa reattivi e ripetitivi. Diventiamo capaci di esprimerci con più ricchezza e di partecipare dove prima arretravamo.
Il campo del gruppo diventa un “campo psichico condiviso”, dove accadono anche fenomeni di risonanza collettiva. Ad esempio, durante una meditazione guidata, i membri percepiscono la visione di qualcosa ancora prima che venga nominato, oppure sentono giungere la risposta a un problema emotivo attuale, che viene inconsciamente percepito da chi guida la meditazione. Le visioni iniziano a confluire verso una direzione comune, oppure alcuni simboli si ripetono nelle esperienze degli altri. È una forma di sensibilità collettiva che inizia ad attivarsi quando le persone sono sufficientemente presenti l’uno all’altra e in un certo grado di intimità emozionale. Un corpo capace di sentire insieme, vedere insieme, fornire sostegno o soluzioni adeguate.
Quando il campo diventa una dimensione viva, si genera un luogo di trasformazione in cui il “noi” non è più solo un’idea, ma un’esperienza concreta fatta di attenzione e presenza, con possibilità inattese e imprevisti che, in quanto tali, diventano risorse per la capacità auto-generativa del gruppo.