la via regia dell'empatia
Nella relazione a due o più, la mancanza di tale atteggiamento si esteriorizza. Invece di ascoltare “veramente” l’altro per conoscerlo davvero, cerchiamo di correggerlo, convincerlo, oppure di difenderci da lui. Empatia non significa essere necessariamente d’accordo oppure diventare l’altro, ma sospendere il proprio punto di vista con un atto di vera apertura, per darci la possibilità di comprendere e conoscere qualcosa di diverso, sentirci “insieme”. La comunicazione smette così di essere uno scontro per diventare “incontro”. L’empatia crea ponti e connessioni: ci permette di percepire che dietro ogni comportamento esiste una storia, dietro ogni difesa una vulnerabilità, dietro ogni conflitto un bisogno inespresso.
Certamente, compiere il salto che il film propone, verso un’empatia globale, diventa difficilmente ipotizzabile osservando la frammentazione egoistica che ci caratterizza come popoli. Popoli rappresentati fra l’altro da personaggi che riuniscono in se stessi le peggiori tendenze di noi esseri umani: avida sete di potere, di ricchezza, di forza e superiorità... quanto ci si può inconsciamente sentire piccoli e impotenti per ricercare questa “grandezza”? A cosa mi serve una villa con sette piscine? Uno yacht per ogni membro della famiglia? Qui siamo pienamente nel ridicolo.
Tempo fa ascoltavo l’inno nazionale di un popolo che, come molti altri, ha vissuto un passato umanamente oscuro, e mi stupivo di come ancora riecheggino parole come: “Siamo al di sopra di tutto, siamo al di sopra di tutto il mondo” (negli inni ufficiali tali strofe non vengono più proposte). Il senso di appartenenza è stato storicamente confinato alla tribù, alla famiglia, alla nazione, alla religione (con i disastri che ne conseguono). In un mondo che oggi vede produrre conseguenze immediate da una parte all’altra del globo, ad esempio attraverso un’informazione che ci giunge in modo fulmineo, auspichiamo l’intelligenza e la sensibilità per comprendere che siamo chiamati a un cambiamento urgente. Guerre, migrazioni, crisi ambientali, disuguaglianze economiche, richiedono un’empatia che oltrepassi i vecchi confini di un’umanità egoisticamente ripiegata sul livello personale e sulla soddisfazione immediata, per alzare gli occhi e accorgersi della sofferenza degli altri. Dobbiamo riconoscere finalmente che il destino dell’umanità è interdipendenza e che l’empatia non è la qualità di una persona fragile, ma la forza più rivoluzionaria a disposizione dell’umanità. 
Percepire il dolore di un popolo lontano come qualcosa che ci riguarda, guardare con coraggio il nostro infliggere sofferenza al pianeta, iniziare a sentire tutto questo con un senso di vergogna e sensibilità collettiva, può aiutare l’insorgere di una nuova forma di coscienza.
Forse è questa la sfida evolutiva più importante che ci attende, non l’intelligenza artificiale.
Comprendere è più potente che giudicare, ascoltare più fecondo che convincere, partecipare più vitale che separarsi. Ogni volta che facciamo un passo avanti in questa direzione, stiamo aiutando l’umanità a diventare quel “noi” indispensabile al vivere degno di un essere umano. Possiamo iniziare da noi, possiamo iniziare subito.

 

 

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