due mani
Gentile Redazione,
vi scrivo mentre rifletto sul mondo e sulle notizie che ascolto dalla radio e dalla televisione. E provo freddo. Minacce di guerre, di usare la bomba nucleare, di difendere gli interessi nazionali invece di quelli del mondo, il luogo in cui vivranno i nostri figli e i figli dei nostri figli. Davanti a questo come sostare senza cadere? Come riuscire a rimanere nella luce senza cadere nella disperazione? Come sentire quel centro di gravità permanente di cui Battiato parlava quando tutto fuori sembra esplodere in una disastrosa follia? Chiedo a voi con la speranza che possiate ricondurmi al mio cuore. Maurizio.
Caro Maurizio,
mentre leggevamo la sua lettera, abbiamo dovuto fermarci. Quel freddo di cui parla lo abbiamo sentito anche noi, qui, adesso. Non come idea. Come cosa viva nella pancia, nelle mani. Abbiamo dovuto respirare prima di continuare.
Ha usato una parola precisa: freddo. Non paura, non rabbia, non angoscia. Freddo. Quello che sentiamo ascoltando certe notizie non è solo un'emozione, è qualcosa che ci congela dall'interno, che rallenta il sangue, che ci fa ritirare in noi stessi come animali che fiutano il predatore. È più antico della mente, quel freddo. Viene da un tempo in cui, di fronte a ciò che non potevamo né combattere né fuggire, ci immobilizzavamo. Fingevamo di essere già morti.
Ma lei non sta fingendo di essere morto. Ci scrive. Cerca parole. Questo ci dice qualcosa di importante su quel freddo, qualcosa che forse lei non ha ancora visto.
Prima, però, vogliamo dirle una cosa: non è solo.
In questo stesso istante, una madre a Teheran sente quello stesso gelo guardando i figli uscire di casa. Un padre a Kiev lo conosce, conta le sirene e trema. Una nonna a Gaza ci convive da così tanto che ormai fa parte del suo respiro. Il suo freddo è il freddo del mondo. E in quel tremare insieme, senza saperlo, senza vedersi, c'è già una comunione che nessuna bomba può toccare.
Ma veniamo alla sua domanda: come restare nella luce?
Forse è proprio qui la trappola. Quando cerchiamo la luce come rifugio dalla tenebra, stiamo ancora fuggendo. Stiamo dicendo al buio: vattene, dammi qualcosa di più sopportabile. E il buio diventa più denso.

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