innamorarsi
Cara Redazione,
vi scrivo perché mi è successa una cosa che mi ha fatto riflettere. Dopo molti anni in cui ero tranquillo, quasi rassegnato alla mia solitudine, mi sono innamorato. Improvvisamente, senza preavviso, senza che nulla nella mia vita fosse cambiato. Un giorno niente, il giorno dopo il mondo era un altro. La cosa strana è che non mi sembra di averlo deciso io. Non ho scelto di innamorarmi. Mi è arrivato addosso, come una febbre. E parlando con un amico, anche lui sulla cinquantina come me, ho scoperto che anche a lui era successo qualcosa di simile nello stesso periodo. Noi che facciamo un lavoro interiore dovremmo essere più consapevoli di quello che ci accade dentro, eppure questo sentimento mi ha colto del tutto alla sprovvista. Vi chiedo: quanto di ciò che sentiamo come più nostro, più intimo, è davvero una nostra scelta? Oppure ci sono forze più grandi di noi che ci muovono senza che ce ne rendiamo conto?
Caro Lettore,
ci piace la sua lettera perché parte da un luogo sincero, e perché la domanda che pone, pur sembrando personale, tocca qualcosa di molto più vasto di quanto lei stesso probabilmente immagina.
Cominciamo da una cosa che ci sta a cuore dire subito: innamorarsi è meraviglioso. Non c'è nulla di sbagliato in quello che le è accaduto, nulla da correggere, nulla da analizzare con il bisturi della consapevolezza fino a ucciderne la bellezza. Esiste forse qualcosa di più importante che vivere pienamente mentre siamo qui? Sentire il cuore che batte più forte, il mondo che cambia colore, la presenza di un altro essere umano che improvvisamente rende tutto più luminoso: questa è la vita nella sua espressione più intensa, e sarebbe un errore gravissimo, per chi fa un lavoro interiore, considerarla un ostacolo o una distrazione.
Ma lei ci pone una domanda precisa, e merita una risposta altrettanto precisa: quanto di ciò che sentiamo è davvero nostro?
Meno di quanto crediamo. E non solo nell'innamoramento.
Ha mai osservato gli storni al tramonto? Quegli uccelli che si muovono a migliaia nel cielo formando figure che sembrano dipinte, onde, spirali, espansioni improvvise e contrazioni fulminee? Se si guarda un singolo storno, sembra che ogni movimento sia una sua decisione. Vira a destra, accelera, plana. Ma nessuno storno "decide" la forma dello sciame. La forma emerge dal campo, da qualcosa che attraversa il gruppo intero e che nessun individuo controlla né percepisce dal di dentro.
Noi esseri umani siamo più simili agli storni di quanto ci piaccia ammettere. E non soltanto nei grandi movimenti sociali o nelle mode culturali. Anche in ciò che sentiamo come più intimo, più nostro, più privato.

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