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Gentili Lettori, siamo all’ultimo numero di questa rubrica che ci ha accompagnato per quasi due anni. Dalla prossima rivista di settembre, rimarremo insieme per parlare di un nuovo e importante argomento.
In questo spazio dedicato al femminile, abbiamo toccato diversi punti interessanti che riguardano i codici culturali, sociali e religiosi che hanno costretto le donne per molti secoli, potremmo dire millenni, a ruoli limitanti e subalterni e a umiliazioni coatte dovute anche alla dipendenza economica (alle donne in moltissimi casi era vietato studiare e lavorare). Se ci pensiamo, è soltanto nel 1946, cioè solo ottant’anni fa, che è stato ‘concesso’ alle donne il diritto di voto e di essere elette a cariche pubbliche; cioè è stato riconosciuto che anche una donna ha un cervello pensante, capace di ragionare sui fatti concreti e sviluppare riflessioni e critica. Ancora molta strada, malgrado le apparenze e le “quote rosa”, rimane da fare.
Ma entriamo nell’argomento di oggi, quale peso ha avuto l’interpretazione delle sacre scritture nel confinare la donna in uno stato così doloroso? Forse ci sono cose che non sappiamo, perché la cultura circolante si impone e ci contagia. Essa poggia sulle antiche interpretazioni - quelle che si sono imposte - per giustificare il mantenimento di uno status quo basato sul potere.
Dobbiamo risalire alla storia più antica riguardante la comparsa dell’essere umano: quella di Adamo ed Eva. La prima separazione fra maschile e femminile, le prime interpretazioni religiose dei loro ruoli e dei loro compiti.
Per motivi di spazio non ricalcherò le interpretazioni dominanti, che ben conosciamo, ma riassumendo: Eva, la femmina peccatrice, colei che si lascia tentare dal serpente e che conduce il suo compagno a fare esperienza della morte fisica e del “peccato” della riproduzione sessuale. Un aspetto, quest’ultimo, così inteso da buona parte dell’ortodossia religiosa, che ha condizionato radicalmente la visione futura della sessualità. Perché, come scrive E. Pagels: «Un atto di asserzione religiosa è sempre, in qualche modo, un atto anche pratico e consequenziale»[1] che influenza i comportamenti e genera dictat sui costumi sociali.
Si sono date molte interpretazioni alla storia della Genesi, e in particolare alla creazione dell’androgino Adamo e della sua successiva separazione da Eva. Nella nostra tradizione, gli gnostici cristiani ritenevano puerile e semplicistica un’interpretazione letterale di questa storia, ritenendone essenziale una lettura simbolica e allegorica. Ma, come sappiamo, il loro pensiero è rimasto al margine. Proviamo a recuperarlo...
Alcuni di essi identificarono nel serpente che tentò Eva un simbolo della Saggezza, la Sofia, la quale cercava di liberare i suoi figli dal sonno infantile del Paradiso, invitandoli alla Conoscenza del bene e del male e così a fare l’esperienza terrena. Il percorso di trasformazione nella materia porterebbe così l’essere umano a confrontarsi con la sofferenza e le tentazioni dei demoni psichici di questo piano, vivendone gli effetti e trascendendoli. Il fine: conoscere anche il dolore e il male, scegliere il Bene e liberare in sé il seme dell’amore per farlo germogliare e dominare su tutto, rendendosi simile al Vero Dio. Maria chiese a Gesù: “A chi somigliano i tuoi discepoli? Egli rispose: “Sono simili a bambini che si intrattengono in un campo che non appartiene loro”» (Vangelo di Tommaso 21).
[1] E. Pagels, Adamo, Eva e il serpente, Ed. Arnoldo Mondadori.