questioni d'ombra
Gent.ma dott.ssa Valerio,
è diventato frequente, quando per qualcuno sentiamo antipatia o risentimento, sentirsi dire "quello che ti dà fastidio nell'altro ce l'hai tu!", ormai sembra una frase fatta che però, almeno a me, non spiega nulla di utile. Mi viene detto "hai qualcosa in ombra che non vedi" oppure "ti dà fastidio perché non sei capace di farlo". Potrebbe farmi degli esempi pratici? E poi, non è normale giudicare qualcosa che oggettivamente è sbagliato? Si tratta sempre di qualcosa che non vediamo di noi? Grazie per la sua risposta.
La sua interessante perplessità apre un campo vastissimo, caro lettore, che tocca gli ambiti più disparati. Per prima cosa è molto importante misurare il gradiente del fastidio e della differenza: se qualcosa non ci piace, semplicemente non la frequentiamo, non la acquistiamo, non andremo in quella direzione, ma in modo naturale e senza bisogno di definizioni né di prese di posizione. Questo costituisce una sorta di diritto naturale, che orienta amicizie, scelte, affetti e anche allontanamenti e inevitabili separazioni. 
Ogni “schieramento” invece provoca una reazione, come lei ben descrive, da un lato perché si rischia di urtare qualche sensibilità, e dall’altro perché la psiche tende alla totalità, e quindi vi sarà sempre chi suggerisce una compensazione, un arrotondamento, una visione altra, oppure (semplicemente) un invito a ripensarci. 
Altra prospettiva ci viene offerta dalla rete delle proiezioni. La scrittrice Anais Nin sosteneva che non vediamo il mondo come è, ma come siamowe do not see things as they are, we see things as we are. In effetti, come potremmo riconoscere ciò che non conosciamo, che non ci appartiene, che non ci costituisce, di cui non abbiamo esperienza? In qualche angolo della nostra personalità si annida (forse inattivo) quanto critichiamo nell’altro: spesso una presa di posizione indica una paura, una difesa, una negazione di qualcosa che temiamo possa insorgere. Mi chiede qualche esempio: nella mia lunga pratica terapeutica, spesso le persone ingiustificatamente gelose saranno le prime a cercare un nuovo amore clandestino, e chi si affanna a denigrare un atteggiamento o una scelta inconsciamente sa di esserne minacciato. Sulla scena pubblica il tiranno teme di essere rovesciato, come egli ha fatto a suo tempo con il suo predecessore, e il disonesto crede che tutti, anche i giudici, siano corrotti (forse, lo spera). Allo straniero scomodo (che di volta in volta può essere il meridionale, l’arabo, lo slavo, il nero e così via, senza distinzione tra loro) vengono sempre imputati gli oscuri aspetti della nostra civiltà, da cui ci sentiamo giustamente minacciati. 

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