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Gent.mo Prof Serra,
perché abbiamo così tanto bisogno di essere visti, riconosciuti e compresi dagli altri? Certo esiste una dimensione psicologica di questo bisogno... in quanto esseri sociali abbiamo bisogno di relazioni affettive. Ma esiste una radice più profonda di questo bisogno nella dimensione spirituale? Dovremmo imparare nel Cammino a non dipendere dallo sguardo altrui ed essere emotivamente indipendenti dagli altri? E fino a che punto? Grazie per la Sua risposta.
L’Enfant sauvage (tradotto come Il piccolo selvaggio) è un film diretto da François Truffaut nel 1970. Il racconto si basa su un fatto reale e narra la storia di un bambino selvaggio catturato nei boschi francesi nel distretto rurale di Aveyron, nel sud della Francia. Il bambino, trovato nudo, ha undici o dodici anni. Inizialmente viene internato ma il professor Itard lo adotta e lo accoglie in casa sua, dandogli il nome di Victor. L’educazione per umanizzarlo comporta un compito difficile. Dovrà apparire come un essere umano, non come un selvaggio. Allo stesso tempo, dovrà apprendere a guardare come un bambino, come una persona. Queste due dimensioni dello sguardo si incontrano sia nel campo educativo che sociale.
Quando Aristotele definisce l’essere umano come un animale politico, sottolinea che la nostra vita si sviluppa necessariamente in relazione con gli altri. L’essere umano non può svilupparsi pienamente al di fuori della società. L’alterità è indispensabile. Per crescere come persone, abbiamo bisogno di essere visti. Da questa esperienza nasce il riconoscimento, il senso di appartenenza, la coscienza di sé. L’identità si consolida poi con le differenze. Ma non tutti gli sguardi costruiscono: ci sono sguardi che giudicano, confrontano o utilizzano. Non solo abbiamo bisogno di essere visti, ma di essere visti con uno sguardo che ci riconosca dignità. Nonostante ciò, bisogna distinguere tra il bisogno dell’altro e il bisogno costante di approvazione.
Nella sua domanda, lei va oltre e lancia un ponte verso la spiritualità. Così facendo opta per l’armonia e l’integrazione... Le relazioni con gli altri possono accentuare la necessità di essere visti e forse di mendicare la loro approvazione, ma possono anche portarci a reagire considerandoci indipendenti. Non siamo chiamati a non avere bisogno dello sguardo degli altri, ma a liberarci dal necessitare la loro approvazione. Se questa necessità si trasforma in dipendenza e in una ricerca costante dell’approvazione altrui, divento un satellite e non vivo la mia vita. Se la mia sicurezza si fonda soprattutto negli altri, smetto di avere una coerenza personale e ostacolo il raggiungimento della mia maturità. Quest’ultima si alimenta con due requisiti: riconoscere la necessità dell’altro senza essere schiavi del suo sguardo; accettare il riconoscimento senza trasformarlo nel fondamento ultimo della mia identità. Posso sopportare a volte di non essere visto, perché ho scoperto che il mio valore non dipende dal fatto che tutti mi vedano. È una questione di equilibrio e di libertà interiore.
La spiritualità arricchisce il mio modo di guardare. Se smetto di guardare gli altri, se essi diventano invisibili, divento incapace di riconoscerli e, di conseguenza, di provare amore per loro. Sentirsi guardati da Dio è un'esperienza intima di grande intensità. Lo sguardo di Dio non ha bisogno della nostra perfezione per amarci, ma proprio perché ci ama ci invita a crescere. Uno sguardo amoroso è un riflesso di eternità...
Byung-Chul Han, commentando il pensiero di Simone Weil, segnala che l'attuale crisi di attenzione è legata al fatto che vogliamo consumare tutto invece che contemplarlo e comprenderlo. Guardare veramente presuppone il fermarsi davanti all'altro, accoglierlo nella sua singolarità e permettere che la sua realtà ci coinvolga. Senza attenzione, senza contemplazione... non può esserci spiritualità.