Intuii come lo studio dell'Alchimia da parte di Jung era molto più di un interesse per la trasmutazione dei metalli o la ricerca della pietra filosofale, ma una metafora della trasformazione psicologica e spirituale, che lui definiva processo di individuazione e di realizzazione del sé. I testi alchemici, con i loro simboli criptici e le loro immagini evocative, fornivano a Jung un linguaggio ricco e potente per descrivere i processi dell'inconscio.
Il termine “inconscio” non aveva mai risuonato pienamente in me, forse proprio perché suggerisce un'assenza di coscienza o di consapevolezza[2] e credo tuttora che non riesca a catturare pienamente la complessità e la ricchezza della realtà psichica a cui si riferisce.
Mi ricordavo però che mentre Freud interpretava l'inconscio principalmente come un flusso sotterraneo di contenuti personali, origine dei sogni e delle istanze represse di ciascun individuo, Jung rivelò invece una sua dimensione più estesa e universale.
Sbrogliai questa incongruenza terminologica intuendo che se si sostituiva il termine inconscio con espressioni più vicine al linguaggio dell'esoterismo, come Ignoto, Mondo Invisibile, Mondo Astrale o Mondo Yeziratico[3], le affermazioni di Jung acquistavano per me una risonanza e una chiarezza maggiori[4].
Oltre ai sogni, Jung identificò nell'inconscio la presenza di simboli universali, gli archetipi, che emergevano da una fonte condivisa dall'umanità intera. Questi archetipi, per Jung, erano legati non solo alle comuni esperienze umane, ma anche al “numinoso”, quell'aspetto dell'inconscio che evoca sensazioni di sacralità e mistero, suggerendo una connessione più profonda e spirituale della psiche.