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Negli anni che seguirono, Amelì (così si chiamava) mi cercò sperando di riavvicinarsi. Ma io fui irremovibile. Dopo un po’ di tempo, si rassegnò. Mantenemmo comunque i contatti, ma non le ho mai confessato che l’avevo lasciata perché ero troppo innamorato di lei e che quel sentimento mi faceva sentire vulnerabile.
Da allora sono trascorsi ormai più di quindici anni, e oggi riemergono nella mia memoria quegli eventi che, in quel passato, mi hanno ispirato nel comporre musiche e parole.
Per lei scrissi la mia prima canzone d’amore, che non ho mai registrato né fatto ascoltare a qualcuno tranne lei, un giorno di quel felice periodo. Poi l’ho seppellita, come ho seppellito i sentimenti per Amelì e il terrore che quell’amore così profondo faceva nascere in me.
In seguito – in quel periodo non avevo ancora compiuto diciannove anni – decisi di dedicarmi anima e corpo all’unica passione che sapevo non mi avrebbe mai tradito: la musica. Studiavo, mi diplomavo al Conservatorio e contemporaneamente proseguivo gli studi universitari in informatica. Pensavo che sarebbe stato più semplice trovare lavoro in quel settore piuttosto che con l’arte. E oggi, infatti, lavoro nel campo della sicurezza informatica, ma senza troppo entusiasmo.
Negli ultimi tempi stavo attraversando un periodo in cui riconsideravo le mie scelte, anche a causa di un problema alla schiena che mi aveva costretto a letto. Mi ero illuso di aver trovato un certo equilibrio, ma gli ultimi avvenimenti mi avevano costretto a rimettere tutto in discussione.
Mi domandavo: “Ma io voglio davvero continuare a dividermi tra ciò che amo fare e ciò che credo sia soltanto più giusto e conveniente?”. Da un angolo remoto della mia mente arrivò un’immagine insolita: un pesce in un’ampolla. Lo riconobbi subito: era il pesciolino tropicale dell’acquario di mia sorella. In un attimo mi sentii proprio come lui, catturato tra gli atolli colorati e poi rinchiuso in uno spazio stretto e angusto. Ma a differenza sua, il mio destino l’avevo scelto io.
Appena realizzai questo pensiero, mentre decidevo che mai più mi sarei fatto condizionare dai miei timori, sentii un dolore pungente nel petto, come una spina conficcata nel cuore. Quella spina era la paura che avevo depositato nell’anima e che, con uno strappo deciso, avevo finalmente tirato fuori. Capii che non avrei mai più dovuto rinunciare alla vita per paura. Così, corsi a recuperare gli spartiti e le parole di quella musica composta per colei dagli occhi insoliti. Presi la chitarra. Titubai. Mi chiesi: “La vorrò davvero suonare?”. Quell’antica paura, quella che un tempo mi aveva fatto fuggire da un’emozione tanto violenta quanto travolgente, tornò a farsi sentire. Ma una voce più forte rimbombò dentro di me: “Hai più paura della morte… o dell’amore?”. Fu allora che decisi. Compresi cosa dovevo fare. Mi sedetti e mi accinsi a suonare quella melodia che ricordavo dolce come una ninna nanna.
Niente era più soffocante della paura di vivere una vita come quella del pesce nell’ampolla. Nemmeno il rischio di avere il cuore in frantumi. Guardai lo spartito, ricordai le note e cominciai a suonare. Decisi che quella musica, quella canzone, doveva nascere e crescere proprio come, in quel momento, stavo rinascendo io. Cantai commosso, mentre gli occhi si riempivano di lacrime e la voce, a tratti strozzata, faticava a uscire.