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Le fiabe popolari a volte nascono proprio per tramandare un fatto “straordinario”: l’incontro con un animale parlante o un vecchietto misterioso, che celano la presenza di un amato defunto oppure di un personaggio esemplare. Questi eventi ci interrogano da sempre: di cosa si tratta? Di un archetipo in movimento, della proiezione che abbiamo su quella personalità, oppure della reale influenza che alcuni mantengono, anche dopo il passaggio in altre dimensioni? In questi casi la loro psiche continuerebbe a vivere, a emergere dall’inconscio collettivo, dall’aldilà della coscienza, per soccorrere e aiutare i viventi.
Jung e von Franz sostengono che se una persona compie il proprio cammino individuativo, riuscendo a tenere in sé gli opposti che lo compongono, può raggiungere una dimensione che oltrepassa il confine della morte. Non tutti possono o desiderano incamminarsi per questo sentiero impegnativo: la loro anima rifluirà nell’inconscio collettivo, alimentandolo ma perdendo le proprie specificità (forse). Se invece nella seconda metà della vita si compie un’inversione di tendenza, si abbandona il mito della forza e della giovinezza e ci si appresta a entrare in un’altra dimensione, dando “ascolto al mistero del torrente che scroscia dalle cime verso le valli”, preparandosi al mistero che ci attende, viene forgiato un corpo permanente, una pietra filosofale incorruttibile che mantiene ed eterna alcune sue potenzialità. Si tratta di un processo che conosce le fasi dell’alchimia: si passa attraverso congiunzioni e opposizioni, putrefazioni, incinerazioni, sublimazioni, fissazioni, volatilità, perdite e ritorni d’anima. Prove continue, che non sono “sventure” ma elaborazioni di un processo che ci trasforma, come il mare che lavora i coralli.