accompagnamento spirituale
Gentile Prof. Serra,
un mio conoscente stretto mi dice che in molte congregazioni religiose i membri sono tenuti a frequenti colloqui spirituali con i loro superiori o responsabili. Io mi trovo in un percorso molto libero, ma non per questo meno serio, un contesto in cui non c’è nulla di strutturato. Ovviamente vi è grande disponibilità al confronto, se da me richiesto. Ma temo la mia pigrizia di fronte al timore di sottopormi a valutazioni altrui. Cosa ne pensa, quale consiglio può darmi?
Dietro la sua domanda si percepisce un autentico anelo di crescita spirituale, orientato verso una maggiore verità su di sé e vissuto nel dialogo – implicito o esplicito – con gli altri. Questo desiderio è un autentico tesoro che vale la pena proteggere e alimentare con intelligenza. Al tempo stesso, nel suo approccio si intrecciano ragionamenti sottili che possono facilitare una certa confusione interiore, specialmente quando si tratta di discernere tra libertà, responsabilità e resistenza al contrasto.
Gesù, nel suo incontro con l’indemoniato di Gerasa, adotta un metodo tanto semplice quanto decisivo: prima di guarire, domanda: “Qual è il tuo nome?”. Senza un buon diagnostico non può esserci vera guarigione. Per questo, un primo suggerimento può essere chiarire la sua situazione: che le sta succedendo realmente? Cosa cerca nel profondo? Cosa desidera trasformare o consolidare nella sua vita spirituale? Dare un vero nome al proprio sentire è già un primo atto di libertà. 
Lei descrive un percorso serio, ma molto libero; carente di una struttura definita; aperto al dialogo, sempre che parta di sua iniziativa; e riconosce, al tempo stesso, che una certa pigrizia – o forse un timore profondo – le rende difficile sottomettersi alla “valutazione” dell’altro. Il dilemma, in fondo, sembra essere se il cammino spirituale possa realizzarsi in solitario o se, al contrario, necessiti di essere accompagnato. Non è una questione da poco.