accompagnamento spirituale
Ricordo che, poche ore prima della morte di mia madre, mentre lei era prostrata nel letto, noi sei fratelli le eravamo accanto. Io ero un adolescente allora. Ci lasciò quello che potremmo definire il suo testamento spirituale, e tra le sue parole ce ne furono alcune che rimasero impresse dentro di me: se avessimo voluto progredire nella vita spirituale, avremmo dovuto contare su un direttore spirituale. Era la terminologia dell’epoca. Oggi, preferiamo parlare di accompagnamento spirituale. 
Certamente, se qualcuno sperimenta che l’intervento di un’altra persona non arricchisce il suo percorso, ma lo blocca o lo distorce, è comprensibile che tenda a prescindere da qualsiasi aiuto esterno. L’accompagnamento ha dei chiari vantaggi, ma comporta anche dei rischi. Non sempre è facile incontrare la persona giusta. Per questo, il criterio decisivo non è la struttura in sé stessa, ma il discernimento: questa relazione mi aiuta a crescere in verità, libertà e responsabilità di fronte a Dio e agli altri? Lo sguardo esterno, quando è maturo, esperto e rispettoso, aiuta a disattivare l’auto inganno. Nessuno è pienamente trasparente a sé stesso. La tradizione spirituale e la grande letteratura lo hanno sempre intuito: l’avanzare implica il lasciarsi guidare in dati momenti del cammino, secondo la tappa vitale e spirituale in cui ci si trova. 
Non è un caso che anche in ambito professionale l’affiancamento abbia acquisito tanta importanza. Persone con grandi responsabilità contano su consulenti, mentori o supervisori. Nessuno di essi sostituisce il protagonista nella sua vita, ma lo aiutano a prendere coscienza dei suoi punti ciechi, a integrare meglio le sue decisioni ed esercitare la sua liberà con maggiore lucidità. Nell’ambito spirituale accade qualcosa di simile.