È così che si sentono le persone malate, in fin di vita, colpite improvvisamente da un malore oppure sotto i bombardamenti? È così che si muore? Col desiderio di non avere un corpo, che è diventato una condanna? «Gesù», continuo a chiamare, «Gesù mio, Gesù mio!». 
Arriva l'inserviente, mi vede in quello stato: «Gioia mia» mi dice, «Non ti hanno dato la morfina!».  La sua presenza mi rende tutto questo meno insopportabile: «Aiutami» le chiedo. 
Dovevo sentire tutto quel dolore, dovevo sentire prepotentemente l'esistenza del mio utero, la ferita dei fibromi. Il mio corpo era lì, dolorante come mai nella mia vita, a ricordarmi che esiste, che è fatto di carne e sangue. Una realtà tutt'altro che sublime, per una ex anoressica. 
Il giorno dopo, Francesca e Maria zampetteranno instancabilmente da una stanza all'altra, per prendersi cura di tutte noi che eravamo a letto. Nel mio stato di grande sofferenza, guardavo i loro occhi e i loro gesti amorevoli, la gratuità del loro sentimento.
E guardavo me ricevere da estranee le cure e l'amore di una sorella, senza opporre resistenza, sentendo profondamente tutta la mia fragilità e il mio bisogno, senza averne paura. Sul letto, immobile, ho guardato le mie gambe e i miei piedi. In quanti posti mi hanno portata! Grazie a loro ho potuto muovermi nel mondo. E proprio nel momento in cui il mio corpo era così ferito, finalmente, per la prima volta nella mia vita, sono riuscita a vederlo in tutta la sua miracolosa bellezza. 

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