Lasciamo ora il gruppo per prenderci un breve tempo di riflessione.

I sacri scritti ci ricordano che dobbiamo rinascere, nascere di nuovo, spesso o forse addirittura continuamente nella nostra vita.

Noi che scegliamo di vivere, non dobbiamo solo vedere che la nostra vita è “mortale”. Certo che lo è ma, come suggerisce la Arendt, se è mortale è anche “natale” … C’è qualcosa di sempre nuovo nella vita. Non siamo nati per morire: certo che moriremo ma siamo nati per vivere, dunque, forse per nascere di nuovo.

Un inizio è sempre possibile e guai a restare invischiati nel pessimismo che, di tanto in tanto, la storia e la filosofia ci ripropongono come realtà assoluta. 

Nascere, si dice anche comunemente, è venire alla luce, quindi si parla sempre di un nuovo possibile inizio, un inizio dalla e nella Luce. C’è nella nostra fragilità di esseri umani qualcosa che ci accarezza e ci culla… le metafore che ci riportano alla nascita e ai bambini sono tante e tutte bellissime. 

Nelle spiritualità più evolute, sia in Oriente che nell’antica Grecia, l’introduzione alla vera esperienza spirituale richiede una sorta di regressus ad uterum seguito da una nuova nascita. «Figlioli miei che io dinuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi»[2]. ll simbolismo ostetrico è da sempre legato al risveglio della coscienza e celebre è l’esempio di Socrate che si paragonava ad una levatrice. Paolo di Tarso spesso usa un linguaggio materno e non paterno riguardo alla generazione dei suoi figli spirituali: «Siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre nutre e ha cura della propria creatura»[3].E poi l’invito a una seconda nascita che Gesù rivolge a Nicodemo che era andato a trovarlo di notte: «In verità, in verità ti dico: se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il Regno di Dio»[4].

Rinascere è un’avventura che ci dovrebbe toccare infinite volte nella vita: ogni volta che cadiamo e ci rialziamo riconoscendoci come esseri fragili. La grandezza della fragilità è stata cantata non solo da Paolo ma anche noi tante volte - su questa rivista -, ce lo siamo ripetuto. 

Nei vangeli sinottici, come in quelli apocrifi, c’è un continuo richiamarsi alla figura del bambino che è vicino alla nascita e, per analogia, alla rinascita:

«…chi tra voi diventa fanciullo riconoscerà il regno…»[5].

«…un vecchio che nei suoi giorni non esiterà a interrogare un bimbo di sette giorni riguardo al luogo della vita, vivrà…”»[6].

La domanda da porsi forse è: c’è in tutti noi una “mistica”, in qualche recondito angolo del nostro profondo, che ci porta del tutto naturalmente a far spazio alla Sua Parola?

[2] Bibbia, Nuovo Testamento, Gal 4:19.

[3] Bibbia, Nuovo Testamento, 1Ts 2:7.

[4] Bibbia, Nuovo Testamento, Gv 3:3.

[5] Vangelo di Tommaso, Loghion 46.

[6] Vangelo di Tommaso, Loghion 4.

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