C’è in noi una forma di nostalgia per qualcosa cui aneliamo e che, pur abitandoci da sempre, noi non conosciamo? Forse una scintilla che arde? Qualcosa di in-finito che ci attende da qualche parte? Se preferite, un’immagine, una radice a cui tornare, una fonte che scorrendo da sempre ci attende, come quella che amava Hillman, raffigurata dai due cervi che si abbeverano al ruscello, nei mosaici del Mausoleo di Galla Placidia. Noi gnostici diremmo, come ci suggerisce il Vangelo di Verità, che questo è l’anelito a rifugiarci nel riposo del Padre.
Se amassimo davvero la vita, saremmo sempre ricolmi di immaginazione, di spontaneità e non saremmo abitati da schemi e strutture mentali ingombranti. Tornare bambini ci faciliterebbe il compito, come ci suggeriscono le parole del Vangelo. Non siamo chiamati alla perfezione, ma a essere profondamente nella relazione con l’altro, custodi di tenerezza per lui. La vita e il mondo sono il nostro campo di semina, dove provare a far crescere il fiore di quell’amore e tenerezza che fa dire a Erri De Luca che: «I fiori sono la più forte forma vivente».
J.Hillman, pur dichiarandosi pagano, si innamora dell’immagine del Cristo benedicente, nel mosaico di Sant’Apollinare in Classe e ci dice, dal suo letto di morte a Thompson, che: «L'anima selvaggia è sepolta, la coscienza dorme un sonno ipnotico. Dobbiamo avere il coraggio di morire per rinascere. Morire in vita per discendere nel mondo sotterraneo e riprenderci l'anima, per poi rinascere a nuova vita»[7].
Al ricercatore, per giungere a un livello più elevato di esistenza, è richiesta un’esperienza iniziatica di morte e rinascita. Si tratta di vivere la vita con le sue prove e le sue crisi, in cui appunto si fa una scelta tra la via della continuità materiale o l’aspirazione a un livello spirituale. Questo fa lo gnostico: vive in un mondo pesante, pieno di paura e di emozioni negative, ma anela ad altro da sempre (come insegnano la Pistis Sofia e i vangeli gnostici). Lavorando sul proprio psichismo, tenta una costante trasformazione di sé: non cerca l’evasione dalla propria realtà, ma utilizza il rapporto tra sé e il mondo come dimensione su cui intervenire.
Da una parte c’è il mondo che lo circonda, con le sue difficoltà quotidiane, e dall’altra il mondo della preghiera e della meditazione. Per lo gnostico sono due mondi da far convivere, l’occasione d’oro per trasformare questo suo mondo materiale in Amore. Certo sbaglierà, cadrà e si rialzerà ispirandosi alla Luce, a quella Fonte da cui attingere la fiducia in sé e nel Dio buono…
[7] Hillman J., Ronchey S., L’ultima immagine, Rizzoli 2021.