Tali percezioni sono fortemente influenzate dai pregiudizi che possono distorcere il modo in cui vediamo gli altri: le prime impressioni, la tendenza a cercare informazioni che confermino le nostre credenze e gli stereotipi sociali, possono far sì che ancora una volta due individui sperimentino la stessa situazione in modi completamente diversi. La tensione tra realtà soggettiva e obiettività è spesso fonte di disaccordi nelle relazioni interpersonali, perché le persone tendono a considerare la propria percezione del mondo come "reale" o "vera", unica e assoluta, anche se le loro percezioni sono contraddette da quelle degli altri. Questo porta a incomprensioni, conflitti e talvolta a una perdita di fiducia.
Le differenze di percezione non si limitano alle relazioni individuali, ma possono anche manifestarsi a livello culturale o sociale. Ad esempio, due gruppi appartenenti a contesti culturali diversi possono avere percezioni completamente differenti di una stessa realtà e ciò è particolarmente evidente in questioni politiche, dove le persone, pur osservando gli stessi eventi, li interpretano in modi radicalmente diversi in base al proprio background e alle proprie convinzioni, ma anche alle proprie paure e ai propri meccanismi di difesa.
Le percezioni individuali non solo modellano la realtà di ciascuno, ma giocano anche un ruolo cruciale nella comunicazione e nel modo in cui interpretiamo le azioni e le intenzioni degli altri. Spesso diamo per scontato che la realtà percepita sia condivisa da tutti, ma forse non dovremmo esserne così certi. 
Gurdjieff riteneva che l'essere umano ordinario vivesse in uno stato di coscienza molto basso, che lui chiamava “sonno della coscienza”, in cui la percezione della realtà è limitata, frammentaria e distorta. La vita quotidiana è governata da automatismi e condizionamenti meccanici, che impediscono all'individuo di vedere la verità. Questo stato è caratterizzato dal fatto che gli esseri umani non vedono il mondo come è realmente, ma attraverso il filtro delle proprie emozioni, i pensieri e gli stati interiori che li allontanano da una visione più ampia e veritiera del mondo. Un filtro che lui chiamava “identificazione” e che considerava il più potente attivatore del “sonno”, nel momento in cui il soggetto si identifica con l’oggetto del proprio impulso, non vede e non sente altro, confondendo l’uno con il tutto e perdendo così la capacità di relativizzare. Il maestro armeno afferma inoltre che non siamo unitari, ma che in ognuno di noi vive una molteplicità di piccoli io, spesso in contraddizione tra loro, e che quindi anche la visione del nostro mondo interiore viene spesso condizionata da ciò che vogliamo o che siamo in grado di vedere. 

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