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Se Dio fosse giusto, interverrebbe a fermare guerre e ingiustizie. Perché non lo fa? Con questo tipo di domande riduciamo Dio a un’immagine funzionale, dimenticando la Sua vera natura e funzione: risvegliarsi dentro di noi per illuminare la nostra coscienza e trasformare il nostro cuore.
Ricordo una scena di molti anni fa, in montagna. Stavano disboscando una foresta per fare nuove piste da sci. Provai un malessere fisico, quasi una ferita. Una ragazza accanto a me, con cui avevo condiviso il mio stato d’animo, disse: e allora le montagne, a cosa servono? Rimasi basito: per me la bellezza delle cime non aveva nulla a che fare con l’uso che ne potevamo fare noi. La natura non “serve” pensavo: ci mette in risonanza, ci nutre, ci accorda. Vedere un altro bosco che cadeva mi faceva male all’anima.
Anni dopo, la stessa domanda tornò, in un’altra forma. Un amico aveva regalato al nipote un libro raro, un volume bellissimo. Il bimbo iniziò a sfogliarlo distrattamente e a un certo punto chiese: ma cosa ci faccio? Non ha i video, non parla, non si connette. E ancora una volta mi tornò dentro la stessa domanda: se tutto deve “servire a un uso immediato”, che spazio resta per la meraviglia?
Così perdiamo il valore del silenzio, della profondità, del tempo lento che un libro, o una montagna, sanno aprire.
Riflettendo su questi ricordi, mi sovvenne un’altra immagine, apparentemente lontana, sia nel tempo che nel significato. Forse l’avevo vista in un film, o letta in qualche pagina antica, ma era viva nella mia mente: un dialogo tra un cristiano dei primi secoli e un pagano che gli chiede, con tono ironico: a noi Giove aiuta per questo, Marte per quello, Venere per quest’altro e il tuo Dio, a che cosa serve? Vedevo quella scena come se mi scorresse davanti: Atene o Roma, in un tempo ormai di decadenza, dove gli dèi venivano invocati solo per ottenere qualcosa, vittorie, raccolti, amori[1]. E il cristiano, invece, non chiedeva nulla: il suo Dio non “serviva” a guadagnare favori, ma a trasformare il cuore.
Eppure, mentre l’immagine svaniva, mi accorsi che quella stessa domanda non apparteneva solo al passato. Continuava a riecheggiare, sotto altre forme, nel presente. Oggi la sento pronunciare in modo diverso, ma con la stessa inquietudine di fondo: «Se Dio fosse giusto, interverrebbe a fermare guerre e ingiustizie. Perché non lo fa? E non ci accorgiamo che proprio questo modo di pensare ci allontana dalla Sua presenza.
[1] Non vogliamo svilire le antiche religioni greca e romana che custodivano sapienze altissime; questo dialogo è il riflesso, in tempi di decadenza, di un rapporto “utilitaristico” con il divino.