Continuiamo a chiedere a Dio di “servire” a qualcosa, di risolvere ciò che non comprendiamo, di mettere ordine dove noi non riusciamo. Noi europei, figli di un pensiero cristiano che nei secoli si è stratificato e spesso irrigidito in dottrine, finiamo talvolta per ripetere, senza accorgercene, lo stesso modo di pensare dei pagani di allora. Cambiano i nomi, cambiano i templi, ma la logica resta simile: in fondo chiediamo ancora un Dio che “serva”, che risolva, che premi o punisca. E non vediamo che in questo modo Lo riduciamo a un’immagine funzionale, dimenticando la Sua vera natura, che non è quella di intervenire dall’esterno, ma di risvegliarsi dentro di noi.
L’immagine più istintiva di Dio è sempre quella di un “papà” che deve scendere a mettere a posto le cose ogni volta che c’è un torto. È una proiezione infantile, potente e comprensibile, spesso identica, nella forma, all’offerta votiva che chiediamo alle divinità: faccio qualcosa per Te, Tu fai qualcosa per me. 
La prospettiva gnostica ci invita a spostare il baricentro. Il “Dio–papà” (o “mamma”) risponde a un bisogno psichico, ma il vero Dio è ineffabile e inconoscibile: non un individuo cosmico, bensì uno stato della coscienza, un evento psichico reale, esperibile, che non si lascia catturare da immagini antropomorfe. 
Ma allora, mi chiedevo, come rispondere alla domanda “perché Dio non può intervenire in modo diretto sul nostro piano terrestre? Perché non ferma le guerre, le ingiustizie, le sofferenze”?
Possiamo comprendere la visione gnostica attraverso un'immagine antica, che richiede però un momento di apertura interiore. Immaginiamo la realtà come una grande scala di luce che scende dall'alto verso il basso. In cima c'è la Sorgente di tutto, ciò che possiamo chiamare Dio o l'Assoluto: pura coscienza, silenzio, potenza creativa. Da questa Sorgente, la vita si espande in livelli sempre più densi, spirito, anima, pensiero, emozione, materia, come la luce che attraversa veli sempre più spessi fino a diventare mondo visibile.
Ogni gradino di questa scala ha le sue leggi, le sue condizioni. L'Assoluto non "interviene" saltando i piani, come se potesse improvvisamente rompere le regole che ha posto alla base della creazione. La sua azione è continua, ma passa attraverso la struttura stessa dell'universo: come una corrente che scorre dentro ogni cosa, anche se noi ne percepiamo solo un'eco.
Quando chiediamo a Dio di “aggiustare” le cose qui, sul nostro piano, dimentichiamo che la Sua presenza è già all’opera, non come evento esterno, ma come forza vivente che attraversa la vita e anche noi. È questo, in fondo, il cuore della Quarta Via: imparare a diventare consapevoli di quella corrente divina che ci attraversa, e collaborare con essa invece di aspettare che agisca al posto nostro.
Allora torniamo alla domanda iniziale: Dio a che cosa serve?

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