Come si coltiva, allora, questo seme? Le vie sono diverse, ma due strumenti sono particolarmente efficaci e pienamente occidentali:
1.        Ricordo di sé (Quarta Via): riportare l’attenzione a qui e ora, sentire il corpo, il respiro, l’emozione presente, il pensiero che sorge e insieme “ricordare” la Sorgente. È un atto semplice ma potente: eleva di un grado la nostra qualità di essere, allineandoci a un ordine più sottile.
2.        Preghiera del cuore/meditazione gnostica: una pratica antica e concreta. La tradizione cristiana orientale ha lasciato tracce preziose (l’Esicasmo), mentre il filone gnostico ha coltivato la contemplazione del Logos dentro di noi. La pratica regola respiro e mente, affina l’ascolto e consente alla Luce di farsi strada nel cuore: non fuga dal mondo, ma modo nuovo di stare nel mondo.
Se spostiamo lo sguardo dall’“utilità” alla qualità, l’universo cambia volto. La montagna non “serve”: ci serve nel senso alto di servirci da specchio; il libro non “serve”: ci apre; e Dio non “serve” a fare, ma a essere. Quando l’Ineffabile è “ricordato”, anche solo per dei lampi, la nostra capacità di amare, scegliere e agire si trasforma. Non perché un potere esterno ha forzato gli eventi, ma perché l’asse interiore si è riallineato alla Pienezza.
Non aspettiamoci che questo “risolva” magicamente i problemi. Ma guardiamo onestamente se cambia noi stessi nel modo in cui li attraversiamo. La vera risposta alla domanda “a che cosa serve Dio?” potrebbe essere questa: a rimettere in moto ciò che in noi ricorda l’Eterno, così che il tempo stesso cambi sapore.
E, un passo alla volta, il mondo intorno, senza clamori, forse inizierà per noi davvero a cambiare.
 

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