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Guardarsi dentro
Ma non è forse così per ogni momento? Anche per quelli davvero importanti e reali, vissuti concretamente? Sono passati e non si possono tornare a rileggere. Restano nella memoria, nel corpo, nel cuore e non in quella di un cellulare. E poi voler trattenere tutto, non saper lasciar andare, illudersi di possedere attraverso immagini esteriori qualcosa di cui invece solo io sono un archivio vivente, che troppo spesso dimentico di schiudere. Ora vediamo se, aprendolo, riesco a trovare qualche indizio sul mio funzionamento con e senza WhatsApp. Accade costantemente che i pensieri si sgranino lungo catene di associazioni che mi portano a ricordare qualcuno che non sento da un po’. Allora, afferravo il cellulare e inviavo un pensiero affettuoso, al volo. Ora non posso farlo e mi accorgo di non avere il tempo per chiamare o invitare a cena ogni persona che mi salta in mente. Addirittura un normale sms appare scomodo. A quale esigenza risponde tutto ciò?
Ho modo di osservare che in questo moto affettuoso e certamente sincero c’era anche il timore che quella persona mi potesse dimenticare: è allora che mi facevo viva, la tenevo al caldo nel mio cuore, o viceversa ne avevo bisogno io. Così, a poco prezzo, un messaggio vocale, una emoticon in caso di fretta... Fast love.
Ammetterlo, adesso, mi consente di sentirmi ricordata e vista, ma da me stessa, di tenermi al caldo nel mio cuore e di provare tenerezza per questo bisogno così umano.
Ora non ricevo più niente. Silenzio. Un po’ di solitudine. Non sentire la sorpresa del trillo argentino e discreto che mi faceva sussultare ogni tanto chiedendomi: chi sarà mai? Mi serviva per rompere la monotonia e avere una fugace sensazione di stupore, di novità. Magari la compagnia di qualcuno che mi dicesse qualcosa. Qualsiasi cosa. Dipendenza affettiva? Mi sa di sì.
Ho modo di osservare che in questo moto affettuoso e certamente sincero c’era anche il timore che quella persona mi potesse dimenticare: è allora che mi facevo viva, la tenevo al caldo nel mio cuore, o viceversa ne avevo bisogno io. Così, a poco prezzo, un messaggio vocale, una emoticon in caso di fretta... Fast love.
Ammetterlo, adesso, mi consente di sentirmi ricordata e vista, ma da me stessa, di tenermi al caldo nel mio cuore e di provare tenerezza per questo bisogno così umano.
Ora non ricevo più niente. Silenzio. Un po’ di solitudine. Non sentire la sorpresa del trillo argentino e discreto che mi faceva sussultare ogni tanto chiedendomi: chi sarà mai? Mi serviva per rompere la monotonia e avere una fugace sensazione di stupore, di novità. Magari la compagnia di qualcuno che mi dicesse qualcosa. Qualsiasi cosa. Dipendenza affettiva? Mi sa di sì.