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Quante scoperte!
Meno informazioni sul fuori e più informazioni sul dentro. Scopro così una montagna di desideri e di paure che mi muovono. E chissà quanto ancora potrei vedere se il timore di sentirmi sbagliata non me lo impedisse. Quante cose faccio a mia insaputa? Ecco, si tratta di installare un’applicazione che potrei chiamare WhatsMe.
Dove c’è abitudine, lo sforzo latita insieme all’attenzione. L’essere scomoda mi impone di stare più attenta. Se da una parte mi manca la movida sul cellulare, dall’altra posso frequentare la movida in me, dove c’è anche qualcuno che vede tutto questo. Chi è? C’è qualcuno che tende a sgridarmi e che sto imparando a conoscere. Un guardiano davanti a una porta. Posso abbassare lo sguardo e credere a ogni sua parola che confermi la mia inadeguatezza. Oppure posso guardarlo negli occhi finché si calma e abbassa i suoi per lasciarmi passare al di là della porta. Lì c’è Chi osserva da sempre e mi aspetta da sempre, per dirmi che non sono sola, che va tutto bene e che sono amata e speciale proprio per tutto quello che sono. È Qualcuno che mi presta il suo sguardo perché io mi possa guardare senza scandalo, senza censura.
Alla fine, il mese è scaduto e sono contenta di quanto questa breve disintossicazione mi abbia permesso di osservare.
Confesso che non vedevo l’ora di rientrare. La ripresa dei contatti è lenta e rarefatta, e questo mi sorprende. Magari col tempo tutto tornerà come prima, però con una piccola differenza: potrò ricordare questo diario e ogni tanto accorgermi di come funziono per poter ritornare in relazione con me stessa.
Ciò non significa reprimere un comportamento, ma riconoscerne le cause profonde accettando il fatto che possono nascere da una fragilità con cui non vorrei rapportarmi e dalla quale mi allontano attraverso i rapporti virtuali - e talvolta compulsivi - che coltivo. Potrò ricordare che è una parte di me, e che la voglio incontrare e comprendere. Un abitante che non voglio sfrattare, perché altrimenti disinstallerei me stessa.
Dove c’è abitudine, lo sforzo latita insieme all’attenzione. L’essere scomoda mi impone di stare più attenta. Se da una parte mi manca la movida sul cellulare, dall’altra posso frequentare la movida in me, dove c’è anche qualcuno che vede tutto questo. Chi è? C’è qualcuno che tende a sgridarmi e che sto imparando a conoscere. Un guardiano davanti a una porta. Posso abbassare lo sguardo e credere a ogni sua parola che confermi la mia inadeguatezza. Oppure posso guardarlo negli occhi finché si calma e abbassa i suoi per lasciarmi passare al di là della porta. Lì c’è Chi osserva da sempre e mi aspetta da sempre, per dirmi che non sono sola, che va tutto bene e che sono amata e speciale proprio per tutto quello che sono. È Qualcuno che mi presta il suo sguardo perché io mi possa guardare senza scandalo, senza censura.
Alla fine, il mese è scaduto e sono contenta di quanto questa breve disintossicazione mi abbia permesso di osservare.
Confesso che non vedevo l’ora di rientrare. La ripresa dei contatti è lenta e rarefatta, e questo mi sorprende. Magari col tempo tutto tornerà come prima, però con una piccola differenza: potrò ricordare questo diario e ogni tanto accorgermi di come funziono per poter ritornare in relazione con me stessa.
Ciò non significa reprimere un comportamento, ma riconoscerne le cause profonde accettando il fatto che possono nascere da una fragilità con cui non vorrei rapportarmi e dalla quale mi allontano attraverso i rapporti virtuali - e talvolta compulsivi - che coltivo. Potrò ricordare che è una parte di me, e che la voglio incontrare e comprendere. Un abitante che non voglio sfrattare, perché altrimenti disinstallerei me stessa.