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Comunicare, ma anche no
Manca quella piccola, rassicurante icona verde che mi tenga in relazione con gli altri senza troppa fatica, facendomi risparmiare tempo ed energie. Il telefono adesso pare rotto, meno attivo, carente sotto tanti aspetti. Praticamente, da buttare.
Eppure ricordo, con un leggero senso di liberazione, il fastidio provato ogni tanto per i continui richiami dei “botta e risposta” che affollavano le schermate: qualcuno buttava lì una cosa e, come me, tutti nel bisogno di rispondere, partecipare tanto per dire «ci sono anch’io eh… non pensiate che non esista!». Ora mi sento in colpa per non esistere. Un torto fatto a me stessa. Da me.
Non mi succede più di camminare col naso sul telefono, di guidare sbirciando pericolosamente, di strizzare gli occhi sul display annerito dal sole persino in bicicletta.
Chissà cosa deve dirmi il tal dei tali? Magari qualcosa di grave? E i dibattiti interminabili, poter dire l’ultima parola. Difficile trattenersi, a volte cedere per sfinimento. Oppure drizzare le orecchie, frustrata dal frastuono in strada, che mi ostacolava nell’ascoltare l’ultimo oracolo. E rispondere subito, altrimenti qualcuno si sarebbe potuto offendere. Capitava. Capiterà anche adesso, ahimè.
Talvolta succedeva che io usassi questo sistema digitale al posto di una chiamata, per paura di disturbare e ammetto che, dietro questa delicatezza, si potesse nascondere la paura di un rifiuto. O forse la paura di entrare in comunicazione diretta, di dover dare spiegazioni, di affrontare la contraddizione tra desiderio e noia. E qui siamo nel paradosso: comunicare, ma anche no.
È capitato poi che mi trovassi in coda alle Poste o dal medico, o in attesa di qualcuno in ritardo e voilà, estrarre il cellulare per inviare come una naufraga un messaggio nella bottiglia, un piccolo S.O.S. per riempire il vuoto, per ingannare l’attesa. A due o tre persone, non si sa mai che qualcuno non ricevesse. Prontamente raccolto, faceva sempre seguire immediati soccorsi.
Ora devo starci in quel vuoto, in quell’impazienza, devo stare soltanto in mia compagnia. È una relazione anche questa, molto importante. Per un mese. Ma già pochi giorni sono stati sufficienti a farmi osservare cose che prima non vedevo. A farmi stare in emozioni da cui tenderei a scappare.
Come il senso di emarginazione, di insicurezza, il non sapere, il non sentirmi in un flusso, in una rete di comunicazione costante.
E non poter ridere e scambiare battute spiritose. Non avere uno spazio dove potermi sentire anche creativa e simpatica.
Sì, perché, a differenza di un dialogo dal vivo, dove non c’è il tempo per riflettere e raramente si ha una risposta pronta, intelligente e divertente, con WhatsApp si poteva pensarla bene. C’erano i minuti necessari all’elaborazione di qualcosa di sensato e brillante. E le immagini, i video, le idee degli altri da rubare e riciclare destando commenti e lusinghe.
Mal di vuoto
Eppure ricordo, con un leggero senso di liberazione, il fastidio provato ogni tanto per i continui richiami dei “botta e risposta” che affollavano le schermate: qualcuno buttava lì una cosa e, come me, tutti nel bisogno di rispondere, partecipare tanto per dire «ci sono anch’io eh… non pensiate che non esista!». Ora mi sento in colpa per non esistere. Un torto fatto a me stessa. Da me.
Non mi succede più di camminare col naso sul telefono, di guidare sbirciando pericolosamente, di strizzare gli occhi sul display annerito dal sole persino in bicicletta.
Chissà cosa deve dirmi il tal dei tali? Magari qualcosa di grave? E i dibattiti interminabili, poter dire l’ultima parola. Difficile trattenersi, a volte cedere per sfinimento. Oppure drizzare le orecchie, frustrata dal frastuono in strada, che mi ostacolava nell’ascoltare l’ultimo oracolo. E rispondere subito, altrimenti qualcuno si sarebbe potuto offendere. Capitava. Capiterà anche adesso, ahimè.
Talvolta succedeva che io usassi questo sistema digitale al posto di una chiamata, per paura di disturbare e ammetto che, dietro questa delicatezza, si potesse nascondere la paura di un rifiuto. O forse la paura di entrare in comunicazione diretta, di dover dare spiegazioni, di affrontare la contraddizione tra desiderio e noia. E qui siamo nel paradosso: comunicare, ma anche no.
È capitato poi che mi trovassi in coda alle Poste o dal medico, o in attesa di qualcuno in ritardo e voilà, estrarre il cellulare per inviare come una naufraga un messaggio nella bottiglia, un piccolo S.O.S. per riempire il vuoto, per ingannare l’attesa. A due o tre persone, non si sa mai che qualcuno non ricevesse. Prontamente raccolto, faceva sempre seguire immediati soccorsi.
Ora devo starci in quel vuoto, in quell’impazienza, devo stare soltanto in mia compagnia. È una relazione anche questa, molto importante. Per un mese. Ma già pochi giorni sono stati sufficienti a farmi osservare cose che prima non vedevo. A farmi stare in emozioni da cui tenderei a scappare.
Come il senso di emarginazione, di insicurezza, il non sapere, il non sentirmi in un flusso, in una rete di comunicazione costante.
E non poter ridere e scambiare battute spiritose. Non avere uno spazio dove potermi sentire anche creativa e simpatica.
Sì, perché, a differenza di un dialogo dal vivo, dove non c’è il tempo per riflettere e raramente si ha una risposta pronta, intelligente e divertente, con WhatsApp si poteva pensarla bene. C’erano i minuti necessari all’elaborazione di qualcosa di sensato e brillante. E le immagini, i video, le idee degli altri da rubare e riciclare destando commenti e lusinghe.
Mal di vuoto
Ora mi manca quel palcoscenico, mi tocca essere quella che sono, mi tocca il lutto per la morte di una me migliore. E tutta quella gente che mi scriveva? Avrà visto che l’ultimo accesso risale a tre settimane fa? Perché non mi contatta in modo diverso? E perché non mi chiede come mai? Potrebbe essermi successa una disgrazia, non importa? Spariti tutti.
Qualcuno mi chiama per chiedere qualcosa che gli serve, alludendo al fatto di aver notato la mia assenza in WhatsApp. Già, sibilo tra me e me, se non ti fossi servita non mi avresti cercata.
Il cobra in me si rizza per mordere, la iena ridacchia leccandosi i baffi. La scimmia curiosa scalpita chiedendosi cosa gli altri si staranno scrivendo, cosa stanno organizzando, come stanno. Il ghiro sonnecchia, lo struzzo si sa cosa fa, la formica è occupata in altre faccende. Osservare gli abitanti dello zoo interiore mi aiuta a capire i meccanismi che uso per difendermi dal dolore e dalla paura di non contare niente: collera, vendetta, morbosità, pigrizia, negazione, sostituzione.
E io cosa ho fatto con tutte queste persone? Le ho cercate? Sono entrata in qualche altro modo in relazione con loro? Pochissimo e con pochissimi, solo perché c’era già in ballo qualche attività condivisa, un fare insieme. Come mi comporterei se qualcuno sparisse come ho fatto io? Nello stesso modo. Mica per cattiveria, solo per distrazione. Vedo che non sono diversa, né migliore, di chi carico di aspettative che per prima non soddisferei. Vedo che attribuisco a un mezzo più importanza di quanta in realtà non ne abbia quando cado nella trappola dell’automatismo. Il mio rapporto con gli altri sembrava ridursi soltanto a questo, e con ciò potevo saldare debiti e riscuotere crediti affettivi. Rischiavo di attribuire a scambi veloci tutto il valore di una relazione non sempre reale. Potevo inviare abbracci a persone che non avevo mai abbracciato o che non avrei mai avuto né il coraggio né la voglia di abbracciare. Ricevevo abbracci a raffica, come dosi effimere di calmante per il mal di vuoto. Mi spiego così, ora, la crisi di astinenza, la dipendenza.
Allora mi chiedo dove stia il confine tra illusione e realtà. Tra l’immediata gratificazione da affetto inflazionato e la difficoltà a entrare in contatto profondo.
Ci sono dei vantaggi in questo esercizio: più silenzio, più calma nel fare le cose, meno interruzioni.
Lasciar andare il superfluo e dare priorità a ciò che è più importante. Libertà nello scoprire che tanta comunicazione ininterrotta è pesante e che rinunciarvi regala leggerezza.