Vi concentrate più sulla musica laica o proponete solo brani a carattere religioso?
Entrambi. Anche se di fatto nella cultura ebraica non esiste una distinzione netta tra laico e religioso, perché non siamo un semplice gruppo religioso, bensì un popolo in cui convivono diverse anime che si esprimono in molti modi. Nella cultura ebraica, proprio per il suo appoggiarsi al testo biblico, molto spesso anche i canti laici hanno riferimenti e contenuti ispirati ai testi della tradizione; quindi, non è possibile tracciare una linea di demarcazione tra un genere e l’altro, sono intrecciati tra di loro.
Tra le modalità di espressione dell’anima ebraica c’è anche la danza, immagino.
Assolutamente sì. Nello spettacolo Cantica del mare, si narra della nascita del popolo ebraico che coincide con l’uscita dall’Egitto. La tradizione vuole che, una volta superato il mar Rosso e arrivati sulla terra ferma, Mosè abbia intonato appunto la Cantica del mare in segno di ringraziamento al Signore per averli liberati dalla schiavitù. In un secondo tempo, a lui si unisce la sorella Myriam, suonando tamburi e danzando insieme alle altre donne in segno di lode al Signore per i prodigi che ha fatto: è come se cantare e danzare allo stesso tempo potenzi la forza della preghiera, perché tutto il corpo nella sua interezza è impegnato in quest’atto.
Nella storia del popolo ebraico esiste una ferita profonda che traccia un confine tra un prima e un dopo, la Shoah. Come ha influito questo evento nell’evoluzione della vostra formazione culturale e artistica? Come l’avete rappresentata?
È vero, quella immane tragedia ha generato una produzione enorme di musiche che ne ricordano le vicende. Esiste anche una cosiddetta musica concentrazionaria, prodotta dai musicisti deportati all’interno dei campi di sterminio. Canti e melodie che narrano di quel dolore e di quelle vite, che sono stati trascritti sui più disparati e poveri supporti di fortuna, affinché non andassero smarriti e se ne preservasse il ricordo. Come Progetto Davka non abbiamo dedicato alla Shoah uno spettacolo specifico, ma nel nostro Anche gli elefanti leggono i tarocchi ce ne siamo occupati in modo trasversale. Perché gli elefanti sono animali che tipicamente hanno lunga memoria, la stessa di cui l’umanità deve armarsi per non dimenticare il monito della Shoah, perché è un baratro in cui il mondo potrebbe ancora ricadere. Tuttavia, lo spirito ebraico tende a esorcizzare le tragedie parlando del futuro, da qui il riferimento ai Tarocchi del titolo, che – pur essendo un elemento estraneo alla nostra cultura– serve a creare una sorta di divertente cortocircuito per attrarre l’attenzione del pubblico. Quindi, oltre a raccontare la Shoah, testimoniamo con alcuni canti quali siano gli strumenti che il popolo ebraico ha sempre adottato per guardare oltre il dramma del momento e continuare a credere nel domani, contribuendo a fare la propria parte per il bene di tutti.